POTERE, DOMINIO, GERARCHIA

LA “POTENZA”

In ogni ordinamento sociale ci sono delle istituzioni e/o delle strutture che sanciscono e riproducono la “distribuzione della Potenza” (M. Weber.).

La Potenza non è solo economica! Ma anche quella esercitata da parte dello Stato, dalle chiese, dai cattedratici, dai media, dai militari, dalle professioni e dai partiti.

Per Potenza si intende la possibilità che un uomo o un gruppo di uomini possiede, di imporre il proprio volere in una comunità, anche contro la resistenza, gli interessi1 e dell’agire di questi ultimi.

Il collocamento lungo l’asse del “possesso” e la mancanza di “possesso” della Potenza determina le categorie sociali di appartenenza dei gruppi sociali. Avremo quindi ai due poli le “classi” e i “ceti” come gruppi intermedi. Questo in generale.

Perché fino a quando parliamo del capitalismo del 900, questo schema sopra è sufficiente e chiaro. Ma da quando con la globalizzazione molte Potenze sono state portate fuori degli Stati-Nazione (parliamo della potenza economica, quella finanziaria, quella militare e in parte quella giuridica) il potere dello Stato e della politica si è ristretto molto. La deindustrializzazione e la globalizzazione ha portato al divorzio tra politica ed economia (Bauman). Le “classi” sono sfumate e diluite in altri soggetti, le categorie legate al capitalismo hanno lasciato il posto, sopratutto nella parte inferiore, a soggetti pre-capitalisti o non-capitalisti e si sono gonfiati i soggetti intermedi.

 

 

 POTENZA E GERARCHIA

PREMESSA

La Potenza tra Dominio e Potere

È utile distinguere la natura della potenza: in Dominio e Potere. Il primo è esercitato prevalentemente come imposizione unilaterale, il secondo è prevalentemente consensuale, quindi più duraturo. I due stanno a poli opposti riguardo gli strumenti di coercizione e comando.

Max Weber2 fa la distinzione importante tra Macht (Potenza e Dominio e Herrschaft3 (Regola, Potere):

Mentre la prima “designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità”, con la seconda “si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto” (Weber, op. Cit.).

Mentre il Dominio è più visibile e sentito perché è impositivo, coercitivo e sempre subito, il Potere invece è più pernicioso, fine e perverso e per questo quasi trasparente, e spesso si fa confusione tra i due. Il Dominio è molto evidente e non richiede molte spiegazioni, invece i meccanismi di “Potere” richiedono diversi approfondimenti.

La prima domanda ovvia è: perché uomini liberi aderiscono, si adeguano, obbediscono al potere e lo rendono legittimo?

Infatti, il Potere non è solo consuetudinario, ma sovente è anche “legittimo” perché circondato di “norme, regole e leggi” percepite come valide e dotate di senso sia da chi esercita sia da chi subisce il potere.

Bourdieu4, allarga il discorso e ci dice che la maggior parte degli “ordini sociali” sussistono non sulla base di un esplicito atto di consenso da parte dei suoi membri ma come una forma di “atteggiamento naturale”.

Il potere per Bourdieu è dovuto sopratutto alla formazione (storica) di una particolare struttura cognitiva che permea di sé la vita quotidiana personale e sociale. Per lui la legittimità non è non è data da, “un atto libero e chiaro della coscienza, ma affonda le radici nell’accordo immediato tra le strutture incorporate, diventate inconsce come quelle che organizzano i ritmi temporali e le strutture oggettive”.

Nelle società classiste esistono un’insieme di “disposizioni” (strutture cognitive, e percezioni dello spazio-tempo) atte a percepire, pensare ed agire in un determinato modo, e queste sono “incorporate” da ciascuno nel corso della socializzazione.

Sono il frutto dei condizionamenti storico-sociali (“la storia divenuta corpo”, Bourdieu), atti ad orientare i comportamenti e le rappresentazioni future degli individui in maniera prevedibile e regolata.

Sia Dominati che dominanti condividono le stesse strutture cognitive, valutative dello spazio-tempo (se ne parla in altro doc.) che formano una sorta sia di “conformismo logico” che di un “conformismo morale” (Durkheim). È un “accordo tacito” sul senso del mondo che è immediato, automatico, anteriore ad ogni riflessione.

Premesso che

Ogni relazione tra persone reali o immaginarie è una relazione di potere, che ci si sposi, che si tratti con un commerciante o un idraulico, con un dottore, che si preghi un Dio o in un rapporto interfamiliare si ha a che fare sempre con delle strutture sociali di potere.

Si tratta sempre di specificha “relazione sociale” definita da Weber come “comportamenti di più individui che instaurato reciproca-mente secondo il loro contenuto di senso, e orientato in conformità”, di rapporti che sono pervasivi, di relazioni comando-obbedienza. Si comanda e si è comandati in fasi alterne o su aspetti o situazioni diversi.

Un medico comanda sull’idraulico su alcuni aspetti, un idraulico comanda sul medico in altri contesti, ma se sono strutturati verticalmente può capitare che un caporale (Totò) può comandare su tutti e per sempre.

Qui si parla di “relazioni di potere” tra gruppi sociali dove l’alternanza è episodica o nulla. Di fronte a gerarchie stabili di potere le cose cambiano, non c’è più alternanza del potere, ma unidirezionalità. Si ha a che fare con delle élite che in virtù di qualche qualità (spesso ereditata) occupano i vertici del potere. Questo potere fa leva su determinati meccanismi automatici dell’inconscio per sottrarsi al normale scambio tra equivalenti. Nelle piccole entità (imprese, cooperative o associazioni) ci si limita al “segretario” e “presidente”, nelle grandi la catena di comando è molto più articolata.

Le gerarchie

Entrambi, Dominio e Potere, per il controllo dei pochi sui molti richiedono delle gerarchie (e quindi una precisa divisione e compartimentazione del lavoro manuale-intellettuale).

In genere le gerarchie sono strutturate diversamente riguardo le forme e il consenso. Gerarchie militari, religiose, industriali, di partiti, patriarcali, ecc., sono più marcate sul lato del Dominio (Top-Down), ma nel caso dello Stato, associazioni o ordini professionali, la demarcazione tra Dominio e Potere è molto più articolata.

Le gerarchie statali stesse possono essere le medesime, più o meno arroganti e fluttuare ora dal lato del Dominio e ora dal lato del Potere a seconda delle circostanze e necessità della classe dominante (come lo Stato Italiano nel 1945 che rimase intatto nelle strutture e nelle leggi dopo il fascismo).

Si è parlato di come si articolano le linee di “Potenza” di cui nessuno si meraviglia, perché si danno per scontato. Il lavoro sarebbe inutile se non ci si fa la domanda: perché è così? È una condizione obbligata e necessaria? Ci sono alternative? Ed infine come è distribuita la potenza nel capitalismo? È solo questione giuridica (proprietà privata)?

In sintesi

Con questo lavoro, si vuole approfondire:

  1. La gerarchia, come forma vivente del Potere è unica invariante delle società storiche. Nella storia sono si sono fatte molte rivoluzioni, cambiati molti regimi ma non si è mai rinunciato alla gerarchia, neppure nelle rivoluzioni comuniste.

  2. Da qui viene la domanda: avere una gerarchia, un Potere da cui dipendere è un fatto biologico (nel DNA) o un fatto cognitivo?

  3. Le gerarchie umane comparate con l’etologia.

  4. Le strutture di Potere sono riconducibili e riducibili alla “proprietà dei mezzi di produzione” in senso stretto (come secondo lo storicismo) o hanno anche altre condizioni?

  5. Si può fare a meno delle gerarchie e quindi delle élite, dei Dux, o almeno contenerle, ridurne le funzioni e il ricorso al Potere (spesso “inconscio”) come forma di relazione sociale?

Di sicuro si può anticipare che per i veri rivoluzionari, grande sfida non è cambiare il vertice sulla piramide, come fatto fin’ora, ma farne a meno (sia delle oligarchie sociali che dello Stato). Ma per realizzare questo serve mettere in atto una lunga marcia, perché la gerarchia, la delega, affonda nelle strutture più profonde delle relazioni sociali; e questo nuovo tipo di liberà non la si impone e non la si “infonde” dall'alto, per legge (magari sollevando la proprietà privata), ma semplicemente “spezzando le catene” di dipendenza o “decolonizzando gli immaginari”.

Con certezza possiamo affermare che fare la rivoluzione non è il massimo dell'antagonismo. La rivoluzione è certamente molto liberatoria e mitica, ma dura pochi giorni anche se giorni catartici; ma se si vuole spianare ogni tipo di gerarchia, bisogna lavorare all'emancipazione sociale, formare persone consapevoli in grado di autogovernarsi. A tal fine occorre cambiare tutti i paradigmi cognitivi attuali e questo richiede tempi lunghi perché riguarda la trasmissione del patrimonio culturale conscio e inconscio, ossia tutto il “capitale simbolico(Bourdieau) cumulato nei secoli.

Sono utili per questo scopo sia un’analisi della composizione sociale e della divisione del lavoro della società (attuale) sia un’analisi sulle forme di aggregazioni sociali di “massa”, ed è indispensabile sullo Stato come parte delle generatrice di gerarchie sia indispensabile (che sarà un capitolo a sé).

Brevi sullo Stato

1) Per Weber il tipo più puro di potere legale è quello che si avvale di un apparato amministrativo burocratico e l'amministrazione puramente burocratica fondata sul principio della conformità agli atti costituisce il ruolo formalmente più razionale di esercizio del potere

2) Vanno riprese anche le sue considerazioni sull'affermarsi e sull'estendersi del processo di burocratizzazione dai grandi organismi statali o comunali, alle grandi imprese economiche, pubbliche e private, nazionali e internazionali, ai partiti, ai sindacati, ai diversi gruppi di interesse, un processo che è inarrestabile e di fronte al quale chi si pone il problema delle future forme di organizzazione politica non può non chiedersi se, e in che modo, sia ancora possibile salvare qualche residuo di una libertà di movimento in qualche senso individualistica e non può non manifestare il timore che si vada incontro ad uno Stato che sia una gabbia d'acciaio che paralizzi la vita sociale e disumanizzi la vita privata.

LA GERARCHIA: L’ INVARIANTE DELLA STORIA

Prendendo le invarianti della storia umana a partire dalle origini della civiltà (dalle prime città) fino ad oggi, ciò che ricorre immancabilmente, sempre e comunque nella organizzazione sociale e sono la gerarchia e quindi la divisione (intellettuale) del lavoro (di quest’ultimo aspetto se ne parla in modo approfondito in altro doc.).

Di volta in volta cambiano forma e tipo di legittimazione ma queste “maledizioni”, peccati originari, rimangono come capisaldi dell'umanità.

La storia delle gerarchie è molto lunga, tra i gruppi all’apice della piramide troviamo di volta in volta sciamani-sacerdoti, re-eroi, militari, politici, imperatori, vescovi, principi, regni dinastici, etnie, patriarcati, ecc.

Abbiamo avuto anche le macro gerarchie, quelle degli stati-imperi e le gerarchie tra etnie e/o nazioni diverse.

Ma quello che racconta Marx non è che l'ennesima versione di una storia più lunga, apparentemente immobile, in cui i Pochi dominano sui Molti, la storia della gerarchia. La gerarchia è quel sistema d'ordine (erroneamente da alcuni ritenuto “naturale”, quindi immodificabile) che gli umani hanno applicato per dare appunto un ordine solido e dinamico, alla complessità sociale nella quale si son trovati a vivere a partire da circa 8000 a.C. (..) Gli interpreti cambiano di stagione storica in stagione, lo spazio che la gerarchia ordina anche, la forma dell'ordine dato da Pochi attivi, intenzionati e coordinati vs. Molti passivi, incerti e scoordinati è invece millenaria e generalizzata.” ( F. Banduel, Storia, misura del mondo, Il Mulino, Bologna, 1998 )

Tutte le rivoluzioni, che si sono susseguite nella storia, anche quelle comuniste, hanno solo sostituito una oligarchia con un'altra sull’apice della piramide; uniche eccezioni sono la Comune di Parigi e altri episodi di breve durata.

Del potere che si svolge nei fenomeni imitativi che prendono forma nell’agire di massa, ove l’azione del singolo, inserito nella massa, è svolta “senza pensarci”, in maniera completamente passiva, senza opposizione, priva di alcuna intenzionalità, il muoversi come banco nell’ “agire condizionato di massa”.

Si può porre fine a questa maledizione? È scontato, dopo queste esperienze storiche, che è più facile fare una rivoluzione che una evoluzione liberatoria.

E a quanto pare le rivoluzioni non assicurano l'evoluzione, il nesso “dialettico”, la qualità (dei pochi rivoluzionari) che si trasforma in quantità (la maggioranza delle persone comuni) non ha mai preso piede!

Immaginare una società post-capitalista non funziona senza fare i conti con l'autoritarismo, le gerarchie, la divisione del lavoro e l'alienazione. Il loro contenimento e controllo sono gli elementi su cui si dovrebbe fondare L'Uomo storico”, “l’uomo nuovo tanto auspicato da Marx!

[E il nostro Gramsci quando parlava della trasformazione del “senso comune” (assomiglia all’habitus di Bourdieu) in “buon senso” (quindi comprensione di meccanismi cognitivi del potere) e quindi della guerra di posizione che conquista “casamatta” dopo “casamatta” delle “agenzie” di sudditanza culturale e materiale, aveva colto nel segno.]

LE GERARCHIE COMPARATE

Anche i polli hanno una gerarchia, ma gli umani devono andare in chiesa e a scuola per darsene una.

La gerarchia del pollaio

In ogni pollaio, galli e galline sono strettamente stratificati: si va dal gallo e gallina alfa giù giù fino al gallo o gallina omega. Alle galline alfa vanno i bocconi migliori, a quelle omega quelli peggiori. Diciamo che nelle galline ci sono gerarchie naturali e accettano questa gerarchia senza ribellarsi perché negli animali la gerarchia è un fatto di coesione perché limita la competizione e il conflitto individuale, essere in cima alla scala gerarchica è anche una responsabilità. La stabilità favorisce la cura dei piccoli, il gioco, il sesso, la cooperazione. Come è evidente l'esistenza di una gerarchia, più che agevolare il singolo, tutela la sopravvivenza della specie. Le gerarchie tra animali sono forme sociali “naturali” che hanno avuto successo nelle interazioni casuali. L'animale forte vince ma il più debole non perde.

La gerarchia dell'umano

L'umano, il sapiens sapiens, nella misura in cui introduce gerarchie (le accetta con rare accezioni), in qualche modo allinea, “naturalizza” artificiosamente gli esseri umani agli animali.

Ma la differenza tra i polli e gli uomini, è che i primi non hanno bisogno di andare a scuola o in chiesa per stabilire tra loro gerarchie, gli esseri umani si, ma con i risultati finali totalmente diversi dagli animali, tra gli umani il più debole perde sempre.

Materialmente gli umani fin'ora non hanno mai smesso di praticare competizioni per la gerarchia, con la modernità l'hanno solo molto più ritualizzata (come il ringhio nelle competizioni animalesche); anticamente si facevano lotte molto sanguinarie molto cruenti e ciniche, più di recente lo si fa (anche) attraverso le cosiddette “lotte simboliche” (chiamate alle volte “politica”, “confronto democratico” oppure nel “confronto sui mercati”), fatte anche queste con sguardi feroci, con l'assunzione di atteggiamenti aggressivi, minacce (di guerra anche nucleari) ecc; sono lotte rituali con dimostrazioni di forza che spesso si svolgono con delle regole e nell'arena mercato o nel teatro della politica che non producono (in genere) danni fisici.

Ma queste “ritualizzazioni” non escludono, di tanto in tanto, lo scontro violento e sanguinario o peggio lo scontro militare con sterminio di massa, comunemente detto “continuazione della politica con altri mezzi” per definire imperi e imposizioni.

Nel processo di verticalizzazione del potere il rapporto città e campagna, lavoro manuale e intellettuale hanno svolto un ruolo molto importante.

IL POTERE E IL CONSENSO

Anzitutto va sciolto un nodo sulla natura umana: essa è gregge che ha bisogno del “buon pastore”, del “bastone” (versione fascista); oppure può autodeterminarsi?

Su questo dilemma, “pessimisti e ottimisti umani” nella storia hanno detto la loro, a partire dai filosofi greci.

Il ricorso alla gerarchia è cultura o natura?

Perché gli uomini rinunciano alla loro libertà naturale e si fanno servi? Perché si sottomettono alle autorità anche senza ricavarne grandi vantaggi, spesso addirittura a rischio della loro stessa vita (vedi le grandi guerre dove i sottoposti vanno a morire in massa, subendola senza quasi protestare)?

Dalla religione monoteista al romanticismo al nazismo passando per una certa sinistra “scolastica”, ci dicono che l'uomo è per sua “natura” gregge, è branco, è “tradeunonista”, quindi l'uomo subordinato desidera geneticamente e ontologicamente essere guidato da “buon pastori”, da Dux, da una aristocrazia, da un partito guida. ecc. comunque da una élite.

La scelta del capo

La modernità crede di aver risolto il problema del potere gerarchico con la democrazia. Dove la gerarchia rimane ma viene legittimata attraverso un consenso. Nella modernità - ci dicono che - il consenso politico verso i ceti dominanti avviene con le elezioni, mentre le autocrazie o i sistemi politici del pre-capitalismo erano regimi imposti e quindi dispotici.

Ma in democrazia - se va bene -, si sceglie solo la classe politica, ma si omette di dire che è la più importante classe dominante della modernità: quella finanziaria e industriale, come pure quella massmediatica, religiosa e militare, non è certo elettiva è rimasta monocratica o dinastica!

La democrazia ha solo, e in minima parte, conciliato le cose, ma senza dare risposte al nostro quesito iniziale: la gerarchia è natura o cultura? E se è cultura perché si produce spontaneamente?

La modernità infatti ha risolto il problema della gerarchia solo sotto l'aspetto etico-morale e ha tralasciato totalmente quello economico, la democrazia dà alla massa l'apparente sovranità di decidere da chi vuole essere diretta, lasciando in sospeso le cause per cui si ricorre alla gerarchia.

In parte si è risposto in merito nel capitolo delle “gerarchie comparate”, rimane il tema del perché si riproducono gerarchie anche dentro una semplice ONLUS.

Escludiamo di vedere il fenomeno dell'assoggettamento e auto assoggettamento solo sotto l'aspetto etico: le famoselibertà naturali dell'uomo”, ecc., e si trasla la domanda in economia: cosa porta gli umani a partecipare ad un iniquo governo delle risorse, dei servizi e dei beni? 5

Reimpostando in questo modo la domanda si avranno risposte più utili!

E se fosse solo un problema di economia simbolica?

Accantoniamo quindi le sciocche tesi biologiche o psicosociologiche (dei recenti studi fanno riferimento a subconsci collettivi o a “rapporti edipici”, a turbe sociali, ecc,) per giustificare il rapporto accondiscendente dei molti verso i pochi, del proletariato con il potere (e tutti con i gli altri poteri), più in generale, della acquiescenza collettiva verso lo status quo. Se superiamo queste futili spiegazioni si scopre che esistono delle spiegazioni molto più semplici di quanto si creda. Certo non scoprono tutte le istanze che producono sudditanza, ma si cogono le fondamentali.

Trovare una origine la più importante, alla acquiescenza nelle relazioni di scambio tra diseguali, parte dalle analisi sulle relazioni medesime. E la conclusione sembra essere che queste gerarchie si presentano sempre non come un semplice dominio (un semplice atto di rapina) ma come scambio di servizi, uno scambio visto dalle masse come consensuale.

 

IL POTERE CHE OFFRE SERVIZI

Le due gambe del potere

La classe dirigente, l’élite, ritualizzando l'ordine e la razionalità perpetua tramanda se stessa perché in questo modo essa diventa condivisa: si istituzionalizza, diventa feticcio e normativa.

I dominanti quindi si presentano sia come potestas (potere e facoltà) che come auctoritas (potere per il dominio sul simbolico, sulla intelligenza collettiva, di cui il sapere è solo una parte), comunque come “fornitori di tali servizi”.

I dominanti sono accettati e riconosciuti dai dominati certamente come tutori della “osservanza” delle regole della comunità. E in ogni occasione, sia che si tratti di applicare leggi (“giuste” mescolate ad ingiuste”), di andare in guerra come carne da cannone o accettare enormi disparità nella divisione delle risorse, i dominati “consapevoli” non si tirano quasi mai indietro.

I dominati in genere si rivoltano solo quando questi “servizi” sono percepiti come eccessivamente esosi o inutili. Ma anche qui, vedi ad es. i “gilet” francesi, le rivolte puntano a cambiare il Re non fare a meno della “monarchia”.

Perché questi scambi possono essere anche il risultato di conflitti o contrattazioni, di scelte che si possono svolgere sull'arena del mercato o fuori di essa, ma comunque alla fine lo “scambio” trova sempre un proprio equilibrio e sintesi accettato dai contraenti, e socialmente valido di fronte alla società

La forza del potere

Si può asserire che l'esercizio del potere -se vuole durare nel tempo-, deve essere visto dai sottoposti come un servizio fornito, in genere, una mediazione. [Questo può essere di ogni tipo: militare (perché dà stabilità e pace con i confinanti), religioso6 (pace con l’”ultra terreno”), politico (se si occupano del bene pubblico), oppure economico (se fornisce cibi o favori, ecc)].

Non ha importanza che in altre culture e in altri tempi questi rapporti (asimmetrici) possono apparire iniqui, vessatori o poco congrui, perché le percezioni di “giustizia” sono comunque connaturate al tempo e alle culture specifiche. (Oggi pensiamo al servo della gleba in modo diverso a come gli stessi servi si vedevano al tempo. Lo stesso lavoro schiavistico, per diverse persone era un atto volontario).

L' egemonia culturale, politica e sopratutto quella economica sono le condizioni che permettono la sperequazione! Non è quasi quasi mai con l'imposizione unilaterale.

Quello che sembra realizzarsi è sempre un vero e proprio scambio di “doni” e/o servizi, reali o immaginari che siano; “offerte” che si stendono tra dominati e dominanti.

Il Potere, a differenza del Dominio, è sempre una relazione a doppio senso, resiste nel tempo perché i governati “condividono” un medesimo sistema di relazione, un unico metaframe7, che appare “equo” e giusto dai sottoposti; per quanto, da un punto di vista esterno o in altre epoche appare come assolutamente asimmetrico. (Ogni rapporto va visto nella sua realtà storica!)

I dominatori sono molto bravi a far sentire i dominati come debitori per questi servizi e legarli in questo modo a ripagare il debito attraverso l'offerta gratuita di ricchezza, di lavoro, di servizi; fino a donare loro la vita, a sacrificarsi per loro (in caso di guerre, lavori onerosi o tossici).

Il potere come “sensale”

I motivi che portano un gruppo di potere ad affermarsi nel corso della storia umana sono stati diversi, ma tutti si sono consolidati con l'offerta si servizi di mediazione. (Erano “mediatorieanche le forme di potere tribali e patriarcali8 )

Tecnicamente questi “servizi” possono essere catalogati in diretti e indiretti; diretti come la protezione militare contro le invasioni e razzie, come il miglioramento delle risorse quali l'acqua per fini agricoli (controllo delle irrigazioni nelle civiltà lungo il Nilo e l'Eufrate, ecc.), protettivi dei granai e beni vari (con il sistema delle città-Stato), delle vie commerciali; e indiretti, quando sono servizi di interfaccia tra la società di uomini e il mondo invisibile presenti nella natura simbolica.

La fonte di vita, la natura è sempre stata idealizzata: matrigna, capricciosa, misteriosa, fonte di abbondanza come di malattie, di gioie e di sofferenza, altra da sé, forza esterna che spesso richiedeva i suoi tributi di vittime e sofferenze e per questo bisognava ingraziarsela. È sempre stata una natura antropomorfizzata fatta di spiriti e Dei che “concedevano e prendevano” con logiche non lineari.

Questi Dei o spiriti che andavano “ammansiti”, conquistati nei favori con doni e offerte sia diretti (doni e preghiere) che spesso avveniva per i momenti importanti, per intercessione alle caste sacerdotali, a cui andavano offerte rituali e sacrifici e come devozione collettiva la costruzioni di templi e cattedrali!

Le forme di potere che si fondavano sulla intermediazione indiretta hanno avuto maggiore successo e sono arrivate fino ai giorni nostri anche se mutate sotto forma di “religione capitalista” (fede nel denaro e dei suoi meccanismi riproduttivi del profitto).

Mentre con la religione storica il rapporto tra uomo e natura (guidato da dei) era solo formale, solo rituale, con il capitalismo questo rapporto con la natura si secolarizza, e il rapporto diventa anche reale. Il ruolo del simbolico non viene meno e continua ad essere fondamentale, ma sia in forma di alienazione che di reificazione (Marx). In forma tradizionale9 che in quella linguistico-simbolica attraverso le “merci” e la mercificazione.

È utile sottolineare che sia la produzione dell'universo simbolico riguarda la concezione del mondo, che l'elaborazione del tempo e dello spazio condiviso particolare (spesso ritmato da riti sociali) non è un'appendice di una “struttura”, ma struttura essa stessa! Senza dei quali niente è o può darsi! Non a caso ogni classe dominante rielaborando lo spazio tempo, rivede, scrive si il destino, lo “spirito” delle cose che delle persone; conservare il dominio sui lemmi e significati, tutto l'universo simbolico e linguistico, farlo diventare “senso comune” di una civiltà è fondamentale per sia per il Potere che per le forme di autodeterminazione (è esso stesso origine di conflitti di classe e di ceti).

L’immanente “mondo degli spiriti”

Questa divisione tra servizi diretti e indiretti è puramente descrittiva, non va dimenticato che il “mondo degli spiriti”, del fato stesso, è sempre stato percepito storicamente come correlato, un tutt'uno con il mondo reale in tutte le attività umane che riguardavano anche la semplice riproduzione: nella raccolta, come nella pesca, nella caccia come nella guerra o nella riproduzione, i ricorsi ai “servizi” di intermediazione con il divino per auspicare i buoni raccolti, buona pesca, la preservazione dalle pestilenze, la guarigione dalle malattie, la vittoria sui nemici, la salvezza dalla morte, la riuscita in amore ecc. sono una specie di ricerca del “welfare” in forma antica.

Non ultimo questi “servizi” intervengono nelle pratiche di socializzazione (sia identitarie che conflittuali), o per somministrare la giustizia e la sicurezza; è considerato “servizio” pure regolare l'assegnamento di ciascuno al posto che deve occupare ognuno nella divisione sociale del lavoro.

Costruire nuove razionalità, ridefinire l'universo simbolico per ogni gruppo di potere vuol dire costruire la cornice al fare e all'essere nel mondo di ciascuno, un universo dove ognuno si ritrova nelle aspettative dell'altro.

LE STRUTTURE SOCIALI

Spiegare il sistema sociale emerso dal processo di industrializzazione e dalla Rivoluzione francese, in termini di società borghese-capitalistica anziché di società industriale, era il primo obiettivo del marxismo. Il secondo era quello di assumere la nuova società definita come “moderna” non come un sistema sociale definitivo, ultimo ma, come una formazione storica al pari di quelle precedenti.

Il terzo obiettivo era dimostrare la natura conflittuale della società borghese capitalista che opera attraverso il mercato, dove capitali, merci e forza lavoro si confrontano, si scontrano e confliggono.

Il quarto si constata che nell’epoca moderna è l’economia (e il rapporto con la proprietà) che determina la struttura, le gerarchie sociali, la cultura, la politica dominante e lo Stato (sovrastruttura).

Quinto, il capitalismo è per sua natura sperequativo, polarizzato, da un lato chi si accaparra la maggioranza dei beni prodotti e dall’altra c’è una maggioranza che ne è privata. Questo non solo dal punto di vista della proprietà dei mezzi di produzione, ma anche del controllo, dalle capacità direzionali e accesso alle informazioni. Ossia della distribuzione ineguale della Potenza. Questi fattori polarizzano la società in classi (termine ripreso dalla classificazione darwiniana): borghesi e proletari. Tra chi ha la Potenza (mezzi e risorse) e chi non ne ha (o meglio ha solo la “forza lavoro” da mettere sul mercato).

Le classi di Marx

Le “classi” secondo Marx sono costituite da un insieme di persone caratterizzate dal medesimo livello di istruzione, abitudini sociali, valori, credenze, consumi, lo stesso modo di percepire la realtà.

Queste caratteristiche sono date da un comune sentire degli individui sviluppati dall’avere interessi comuni, l’avere o non avere i mezzi di produzione sancisce l’appartenere alla classe medesima. L’interesse economico fa da spartiacque e nel capitalismo la borghesia è l’attore storico capace di mantenere il controllo del potere sui subordinati senza mezzi di produzione.

[Non avendo Marx definito diversi punti (es. sulla teoria delle classi - nel il terzo libro del “Il Capitale” si interrompe su questo punto), da qui in poi iniziano a dire la loro i vari marxisti.]

Si ha infatti che non tutti i gruppi sociali possono essere collocati in una situazione di “classe”, perché ci sono ceti che traggono profitto dalla proprietà di beni e competenze in genere in monopolio o dalla possibilità di acquisire guadagno sul mercato delle merci o al contrario, come gli zingari, hanno il concetto di proprietà negativa.

Altre persone o gruppi, invece non sempre si comportano in modo razionale e finalistico. Succede per esempio, che nelle grandi religioni abbiamo come finalità “il sottrarsi al mondo” del buddismo, l’ascesi delle sette puritane, le insoddisfazioni della vita terrena di certi artisti, artigiani, contadini, guerrieri, aristocratici, ecc.(i militari vanno in guerra per nulla, altri dilapidano stipendi nei giochi d’azzardo, altri facendo investimenti strampalati o comprando oggetti inutili)

Le forme di potere, il denaro non è tutto

Alle origini Bernstein, Kautsky, Weber, per fare degli esempi dei più conosciuti, approfondiscono sulle motivazioni umane se sono o meno, sempre e solamente riconducibili a una cosa sola: l’economia (in senso stretto, inteso come “vil denaro”).

In generale si può asserire che le condizioni economiche orientano i comportamenti delle singole persone.

Di massima avere o non avere i mezzi di produzione segna l'appartenenza a classi, con comportamenti, linguaggi e tendenze conseguenti. Si distinguono così i due grandi blocchi definiti su base economica: la borghesia e il proletariato, ma non tutti i gruppi sociali sono riconducibili alle due classi. Non tutti i gruppi sociali possono essere collocati in una situazione di produttori di merci.

Ci sono i ceti che devono essere tenuti analiticamente distinti.

Studi successivi sulla conformazione sociale hanno formulato la collocazione dell’individuo in società organizzate gerarchicamente a strati sovrapposti. In linea di massima ci sono cinque ordini: economico, di status, potere politico, culturale e religioso). Ogni individuo appartiene a una pluralità di questi gruppi.

Il popolo di mezzo

Per gruppi sociali collocati nella “terra di mezzo”, entrano in gioco altri fattori motivazionali del loro comportamento, diversi da quelli economici: come “l’onore”, il decoro, l’apparire, la voglia di comando, ecc.

Ci sono molti ceti che si possono definire in base alla vicinanza con forme di potere, in genere sono gruppi sociali che costituiscono la corte a lato della classe dominante e vanno a costituire la zona intermedia.

Comunque, il reddito, la divisione di poteri, dei ceti non è sovrapponibile al sistema culturale di riferimento; per esempio, un professore, un funzionario, un militare, un burocrate, un poliziotto, una guardia carceraria possono prendere un salario relativamente modesto ma spesso culturalmente si sentono, si atteggiano e vogliono appartenere alle classi superiori o essere gratificato nell’essere al loro servizio. L’avere un potere piccolo o grande che sia li rende mentalmente overshooting (sopra il valore reale).

Per Weber i ceti sono composti da persone che abbracciano uno stesso stile di vita e con medesime preferenze di consumo: “Definiamo situazione di ceto ogni componente tipica del destino di un gruppo di uomini, la quale sia condizionata da una specifica valutazione sociale, positiva o negativa, “dell’onore” che è legato a qualche qualità comune di una pluralità di uomini” (Weber, 1922).

Nella società weberiana le differenze di cultura dei ceti sono molteplici e possono legarsi sia ai grandi gruppi sociali che a gruppi diversi, scelte che si formano a partire da elementi culturali, come l'educazione, il valore attribuito al “prestigio”, i criteri di “onore” e “vergogna” omologati. Questo li porta a vestirsi in un certo modo, far frequentare certi tipi di scuole ai figli, comprare Suv, acquistare in negozi particolari, frequentare gli stessi avvenimenti culturali, essere dentro varie forme di consociativismo esclusivo (Lions, Rotary, Massonerie religiose e laiche, ecc.). Far parte di uno stesso ceto vuol dire praticare una stessa condotta di vita creata dalla socializzazione educativa particolare.

Il ceto è sempre monopolista

Il ceto tende all’appropriazione di risorse e possibilità acquisitive monopoliste, perché solo in questo modo può sopravvivere e offrire al sistema sociale delle prerogative che lo rendono indispensabile.

Spesso i ceti si costituiscono in corporazioni il cui scopo principale è il prestigio sociale, la distinzione, sono caratterizzati da neolingue interne al ceto (avvocato, ingegnere, architetto, medico, religioso, ecc.) che sanciscono lo status sociale esclusivo che consente loro di mantenere monopoli informativi che portano enormi vantaggi nella riproduzione nel tempo alla categoria.

Esistono diversi ceti ma sono tutti compartimentati, aiutati dalla lingua tecnica riferita al loro lavoro che si usano solo tra loro, di sicuro parlano con la lingua delle classi subalterne. Un professore scriverà libri per i suoi simili, un architetto per le sue riviste, un commerciante o un camionista, ecc. avranno i loro luoghi di scambio.

Sono tendenzialmente orientati alla chiusura ed esclusione sociale verso gli altri.

Il ceto pensante

Ogni gerarchia presuppone che il fare e il pensare siano separati.

La classe borghese si è dotata del supporto di corposi ceti ancillari in tutti i settori (scienze economiche, naturali, tecniche e umanistiche).

Il marxismo non è venuto meno alla cooptazione del ceto pensante. E Lenin fece un passo avanti, di fatto teorizzando che la direzione del partito (e non solo, ma dei sindacati, dello Stato, ecc.) sia condotta da parte dell’intelligencija. Ammettono così implicitamente non solo l’esistenza di un gruppo sociale non condizionato in senso economicista, ma mettendolo alla testa delle organizzazioni sociali. I ceti - come si è detto - sono soggetti altre motivazioni a dettare i rispettivi comportamenti: l'educazione, l’etica, il prestigio, il potere, l’onore, ecc., fattori sempre “nobili”, ma non sempre affini agli interessi del proletariato. Ed è sempre in dubbio che il proletariato ne possa controllare le gesta dal di fuori.

Nella situazione arretrata di Lenin gli intellettuali erano i “transfughi” dal ceto aristocratico in decadenza, tendenzialmente avversi al capitalismo. Per Gramsci invece erano intellettuali “organici”, generici, che avevano abbracciato la causa operaia.

Per entrambi si è teorizzato che il proletariato ha bisogno dell'apporto degli intellettuali e di ogni altra categoria specializzata (dirigenti, scienziati, professionisti).

Per vincere, il proletariato doveva “necessariamente” appoggiarsi al lavoro di questi intellettuali “organici”, “quelli che mettono le proprie competenze al servizio della causa rivoluzionaria”.

E storicamente, “nel processo di conquista dell’egemonia da parte della classe lavoratrice” si è ricorso agli intellettuali e li si è messi alla direzione del partito, in parlamento, e li si è promossi nella vita sociale e culturale “alternativa”.

Ma dopo 150 anni di fallimenti, a questo punto, una riflessione sul ruolo degli intellettuali bisogna farla. Gli intellettuali “organici” hanno scoperto l’economicismo e hanno cambiato sponda.

(Ci si ritorna sopra perché è un tema molto delicato, è una tesi questa della guida intellettuale che non ha portato da nessuna parte).

L’ECONOMIA SEMANTICA

Descritto il “come” si produce la gerarchia, ma non si è dato la risposta al “perché” si ripete nella storia, perché è così e non diversamente? Su cosa si fonda questo tipo di agire umano?

Togliamo subito di torno il teorema “uomo ameba”, ovvero siamo agiti dalla necessità primarie: mangiare e riprodursi. Questo nelle normali condizioni attuali è solo una delle tante motivazioni esistenziali e nemmeno la più importante. Uomini in comunità più povere della nostra hanno eretto enormi cattedrali, piramidi e grandi sistemi di irrigazione.

La risposta va trovata nelle strutture cognitive dell'uomo. Ossia le “tendenze” a percepire, pensare ed agire in un determinato modo, che viene incorporato dall’uomo nel corso della socializzazione della vita.

Come umani, riusciamo ad identificarci, a capirci, ad avere le medesime reazioni di fronte alle diverse situazioni, perché facciamo ricorso a “strutture strutturate”; queste che sono il bagaglio culturale frutto dei condizionamenti storico-sociali (“storia divenuta corpo”, afferma anche Bourdieu) che funzionano come “strutture”, come norme che orientano i comportamenti e le rappresentazioni future degli individui in maniera prevedibile e regolata.

I frames

Erving Goffman E. chiama queste strutture “frames”, cornici, “strutture basilari della nostra comprensione capaci di dare senso agli eventi”.

Ci sono frames per ogni occasione. Un cameriere in sala può essere gentile e affabile, ma in altro contesto, come in cucina, a casa, in auto o allo stadio può assumere altri “frames”, altri schemi linguistici che sono diversi tra loro. È così per tutti, dal medico al prete all’idraulico.

Ogni linguaggio ha un senso nel suo ambito, il frame dà istruzioni per la particolare percezione di sé degli altri e interpretazione degli eventi in ogni contesto. Ci sono “diversi ordini di realtà”, ognuno dei quali ha il suo separato e specifico stile di esistenza.

Il nostro cervello ricorre a queste “strutture” per risparmiarsi fatica, così non deve ricorrere di volta in volta alla loro rielaborazione. Se ne fa sempre un uso automatico, inconscio; nell’attingere a questi “frames”, “si sa” che altri useranno lo stesso schema e per questo le persone riescono a dialogare e percepire le realtà. Sia la realtà del luogo di lavoro, della famiglia, di un bar, se si guarda un film, un’opera d’arte o un paesaggio.

I frames sono sociali e storici, non sono schemi innati e fissi, ma sono sistemi di regole interpretative e decisionali che si acquisiscono nel corso della crescita nella socializzazione primaria, alla nostra educazione e si affinano attraverso l’esperienza. Sono un patrimonio che ci è stato tramandato.

Si può parlare del “Potere dei frames” (Z. Bauman) in quanto hanno la capacità di di influenzare le nostre menti, sono il nostro (come gruppo) modo di vedere il mondo. Quindi plasmano i nostri scopi, i nostri desideri, il nostro modo di agire, stabiliscono ciò che è bene ed e male per noi. Il frames segnano l’amico e il nemico, ciò che è fuori e ciò che è dentro, il “noi” e il “loro”, l’incluso e lo straniero.

I metaframes

Il metaframe è una sorta di frame gigante che contiene tanti frames diversi, che sono direttive inconsce verso cui il singolo individuo “tende” nella formazione del significato generale dell’interazione sociale.

Sono le “regole” che formano il quadro di riferimento culturale, valoriale ed emico che sono il cerchio dentro cui gli individui sono in grado di riconoscersi, discutere e scambiarsi segnali che rendono relazionale il comportamento sociale. Sono meccanismi impliciti, automatici, si usano inconsapevolmente perché radicati nel gruppo sociale di riferimento. Strutture che vengono a galla dall'inconscio solo quando sono violate perché ci si trova a che fare con altri metaframes. Per esempio quando la cultura della famiglia (o della donna) in Italia incontra una dell’Arabia Saudita o della Svezia.

La “Nazione”, lo “Stato”, la “sovranità”, una “bandiera” (caricata di simboli), la “lingua”, sono metaframes..

I frame e sopratutto i metaframe costituiscono “cornici” che sono anche dei limiti di comprensione, i confini di relazione degli individui.

La differente predisposizione alla cooperazione delle persone in Emilia rispetto al Sud (con metaframe familista) è un esempio. Oppure il differente senso degli obblighi sociali verso il gruppo di appartenenza (che può essere individualista o partecipativo). Così come la struttura dei metaframes è diversa in base alla vicinanza-lontananza con il potere (media, magistrati, burocrazia, forze armate e di polizia).

Riassumendo

I metaframes come i frames sono insiemi di insiemi, comuni a gruppi di individui, e sono da essi stati creati, riprodotti e rinnovati con l’uso i comportamenti durante la loro esistenza nel loro ambito sociale.

Per riassumere quanto fino ad ora detto:

  • Il frame stabilisce il significato sotteso dei pensieri e delle azioni di una persona, oltre che il suo bagaglio di esperienze ed interazioni passate. È la realtà soggettiva del singolo che può essere o meno accettata dall’altro perché divenga significato generale dell’interazione.

  • Il metaframe è il significato generale sotteso dell’interazione, ciò che entrambi assumono come vero, come realtà oggettiva durante l’interazione.

Un uso concreto

Quando si manifesta (contro l'imperialismo, per la casa, contro il carovita, contro la chiusura di fabbriche, no TAV, si fa una vertenza sindacale, ecc.) ci si appoggia a frames preesistenti. In questi casi però il metaframe a cui alludono è che non possono fare a meno del capitalismo. Si limitano a creare vertenze di rivendicazioni nel metaframe del capitale, la sua “cornice” intesa come dominus.

I promotori non hanno un diverso metaframe condiviso in grado di fare collante tra attori sociali diversi, tali che possano segnare il salto di qualità: orientamento verso l’uscita dal mondo capitalista.

Le diverse componenti che partecipano agli eventi non elaborano o non sono in grado di elaborare un comune metaframe alternativo.

Ogni gruppo, area o settore di movimento mobilita la propria parte di attivisti dentro i propri frames particolari ereditati ma che non hanno un master frame adeguato a contenere, coinvolgere altri gruppi (e i loro frames) o di coinvolgere grandi blocchi sociali.

Nelle loro riunioni inter-gruppi spesso ingaggiano battaglie sulla definizione simbolica di una protesta comune, tutte tese a sancire e rafforzare anzitutto le linee di frattura esistenti, il proprio frame identitario versus gli altri. Al pari dei sistemi tribali che sono fortemente esclusivi e “sovranisti”.

La condanna al capitalismo – nel migliore dei casi - diventa così alter-capitalista (condanna “politica” al capitalismo) fatto geometria variabile, oscillante tra Keynes (antiliberismo) e economia di Stato.

Diagnosi e prognosi sono al di fuori di qualunque nuovo master frame.

Sentenza

I vecchi attrezzi di lavoro della sinistra, i paradigmi sociali, rimasti sempre quelli: sono obsoleti sia nella forma che nel contenuto, mentre:

  • la cornice: la Nazione, lo Stato, il riconoscimento statal-borghese dei diritti e della democrazia e lo stesso illuminismo sono in discussione;

  • Il quadro: le forme di espropriazione e /o di scambio, le classi e i ceti sociali, e quindi le lotte di massa, le vertenze, ecc. con tutto il loro armamentario ideologico-culturale sono obsoleti, inutili, buoni solo “a scopare il mare”, se non dare supporto alle reminiscenze di chi vuole mettere indietro l'orologio della storia.

IL LINGUAGGIO DEL POTERE

Il potere del linguaggio10

Quanto è profonda la tana del Bianconiglio

Ogni linguaggio non si limita a tradurre i concetti o le cose in un modo o in un altro, non muta solo il significante o il suono della parola, mentre il significato è sempre quello. Ognuno è condizionato dalle parole che usa, ogni lingua o dialetto è una visione del mondo, non è un uno strumento amorfo, indifferente, ma è un modo un modo di interpretare, modo di sentire e di vivere la realtà.

Si nasce all’interno di un universo linguistico particolare, diverso da un posto ed un altro, da un ambito sociale ad un altro, e questo ci determina fin dall’inizio della vita, perché ogni lingua ci fa vedere da subito un mondo in una sua dimensione specifica che riflette le stratificazioni storiche e i suoi conflitti.

I feticci strutturati, secolarizzati, di cui parliamo in questo libro, sono i principali ri-produttori di linguaggi, e dal momento che abbiamo una società gerarchica, questi linguaggi sono impregnati di comando-potere, queste gerarchie vengono “naturalizzati” nelle nostre menti, nelle nostre percezioni come strumenti semplici e neutri che ci fanno agire e parlare convinti che le espressioni del potere siano nostre espressioni originali e naturali.

Il linguaggio è politico, è potere!

Come si è accennato, il linguaggio non è un banale mezzo con il quale gli individui si esprimono e comunicano tra loro. Si usa dire sono “solo parole” per indicare qualcosa che non lascia segno o che non incide sulla realtà. È vero esattamente il contrario: le parole incidono sulla realtà, la modificano. Pensiamo alle dispute circa il significato di alcune parole come nazione, popolo, Stato, democrazia, imperialismo, legge, costituzione, che si usano nei discorsi politici. E l’esempio può essere esteso ad altre parole e ad altri campi del sapere, dall'arte fino all’urbanistica. Ebbene, il senso delle parole, il carico di significati che si vuole loro attribuire, non sono solo i preliminari o le premesse di processi da quali scaturiranno pratiche concrete, ma contribuiscono essi stessi a costituire la politica. La parola “Stato”, il suo senso sociale, il suo lemma, è diversa per un mediterraneo, per un tedesco, per uno svizzero o per un francese.

Secondo Edelman11 il linguaggio si definisce “politico” non perché usato dai politici, ma poiché esprime una relazione di potere. Egli afferma che il linguaggio politico è la realtà politica, avendo ben presente che è il linguaggio sugli eventi politici, piuttosto che gli eventi stessi ciò di cui il pubblico fa esperienza.

Possiamo anche dire che un atto linguistico è un atto politico nel senso che il linguaggio apre la relazione tra persone e dunque la loro dimensione sociale, economica, culturale, quindi il linguaggio riflette la politica dell’esistenza. Eseguendo un atto linguistico, non solo metto in circolo dei contenuti, ma agisco sulle persone alle quali essi sono indirizzati: non solo le informo, ma anche le definisco con delle intenzioni precise, le riconosco o meno12.

Ed è attraverso il processo di comunicazione intersoggettiva che nasce la cosiddetta opinione pubblica, ossia un comune convincimento che ha come oggetto l’attore pubblico, nonché la vita politica nei suoi molteplici aspetti.

Nella comunicazione umana, dunque, non si veicolano soltanto informazioni o messaggi, ma si definiscono strutture e forme di relazione tra persone e gruppi. In un quadro di riferimento culturale globalizzato la comunicazione assume una dimensione policentrica che collega tra loro tutti i soggetti inseriti in una macrorete di relazioni sociali, giuridiche, politiche e istituzionali.

Quindi il linguaggio non è neutro di per sé, non è uno strumento che si può usare in modo indifferente. In questo senso il linguaggio è un feticcio al pari di altri. Usiamo spesso il linguaggio-feticcio preformato dal potere, lo facciamo inconsapevolmente senza rendercene conto e lo riproduciamo spesso tale e quale.

La potenza del linguaggio

Lévi-Strauss, insegna che la struttura del linguaggio (vale a dire il discorso umano sulle cose del mondo) ha due caratteristiche basilari:

1) il linguaggio ha una sorta di primato sul mondo che descrive; non possiamo conoscere la realtà, le cose del mondo, se non attraverso il linguaggio che permea le cose stesse13 ;

2) il linguaggio è omogeneo al mondo che descrive; lo schermo che si interpone fra noi e le cose, attraverso cui conosciamo il mondo, ricalcherebbe più o meno esattamente la struttura del mondo sottostante14.

Quindi ognuno crede di esprimersi in autonomia di pensieri, di essere originale e autonomo quando si esprime, invece, si è immersi nel linguaggio, preordinato dalla cultura, dalle relazioni di potere presenti e passate. Perché nel linguaggio ci sono i sedimenti chi chi ci ha preceduto.

Il linguaggio si è acquisito con “il latte” e costituisce uno “zainetto” che ci portiamo dietro le spalle, a cui attingiamo continuamente, sia per parlare, che per capire il mondo, o per sognare.

Il linguaggio assume specificità a seconda dell'ambiente in cui si riproduce, non è fissato una volta per tutte, ma è dinamico e sempre in elaborazione e movimento, subisce contaminazioni, al fine di riprodurre questo “liquido” dove siamo immersi.

Il “padre” della linguistica De Saussure, mette una distinzione fondamentale tra langue e parole. La lingua è la sua parte memoria, perché noi possiamo pensare ad una lingua anche senza nessun soggetto che lo parli ancora (si pensi al latino che è appunto una lingua morta, nel senso che nessuno la parla più ma esistono libri attraverso cui può essere trasmessa). La parola, invece, intesa come atto vivo che si usa nello scorrere da soggetto a soggetto, attraverso cui i due si riconoscono e si accettano. Per la parola ci deve essere, un soggetto che la proferisca e che faccia atto. Nella langue come struttura, il ruolo del soggetto è irrilevante, costituisce la parte fisica intercambiabile.15

Sulla autonomia della parola rispetto alla langue, è in piedi un dibattito lunghissimo, tra gli studiosi.

In gioco c'è la reale “autonomia” del pensiero delle persone in quanto “soggetti”, ossia i gradi di libertà individuale che si possiede al di là delle apparenze.

Nella “ragione dialettica”, Sartre (padre dell'esistenzialismo), afferma la centralità del soggetto, rispetto la struttura, ma è l'unico su questa tesi. Lévi-Strauss (padre dello strutturalismo), il più estremo sull'altro fronte, afferma che siamo interamente parlati e agiti dal linguaggio.

Una posizione interessante, e anche oscillante, è la posizione di Lacan, l'autorevole psicanalista francese, che lavora sul soggetto “sul campo” e certo non può essere per la sua morte. Lacan sovverte e riconcilia entrambe le parti: egli sostiene che l’opposizione tra struttura e soggetto è falsa ed elabora una struttura incompleta, che al suo interno ha un buco, una faglia, che sarebbe appunto il posto del soggetto. Lacan unisce struttura e soggetto, linguaggio e parola, dicendo che è pensabile una struttura che al suo interno accolga il soggetto16.

Ciò che Lacan mette al centro della sua indagine è il soggetto dell’inconscio, che Freud ha indicato come agente nelle formazioni sintomatiche e ha descritto come parlante tanto nei sintomi quanto nei lapsus, negli atti mancati, nei sogni, la nevrosi è una questione che l’essere pone per il soggetto “da là dov’era prima che il soggetto venisse al mondo”. Per Lacan la parola viene al posto del soggetto, cioè è posta con il soggetto stesso “così come si pone un problema con una penna17.

Il soggetto lacaniano è un effetto del significante e della struttura.

“Effetto del significante vuol dire che il soggetto, nella misura in cui come essere parlante deve servirsi del mondo simbolico (e l’uomo non può che essere un animale simbolico), non può mettersi che alla sequela di ciò che il significante dice. È il significante che parla con un altro significante e il soggetto non può che mettersi in coda, allineato e coperto”18.

Per il Lacan strutturalista, come per Heidegger, non sarebbe tanto l’uomo a parlare, ma il linguaggio (almeno in un primo tempo, sul soggetto):

“È il linguaggio che fa uomo l’uomo”19. Il soggetto è assoggettato al significante, alla struttura che viene sempre prima del soggetto e che lo accoglie, ma il significante non lo può mai fissare ad un significato, non può, in nessun modo, fissare in modo definitivo il suo destino. Se è vero che il soggetto è effetto del significante, fabbricato dal significante (da ragione allo strutturalismo), d’altra parte è però sempre irriducibile all’azione universale del significante (esistenzialismo): “Il soggetto ritagliato e fabbricato dal significante, è anche il resto inassimilabile, dunque intrinsecamente eccedente, di questa stessa operazione. Il soggetto sarebbe allora quel resto-eccedente che l’azione della struttura implica nel suo stesso funzionamento, ma che risulta, come tale, inassimilabile alla struttura che lo genera20.

Ciò che fa Lacan è una “sintesi” dello strutturalismo e dell’esistenzialismo, ed ha conseguenze, oltre che sulla concezione del soggetto, anche sul tema della simbolizzazione e della realtà: da una parte c’è la struttura, che sgretola la realtà preesistente per poi sovrapporsi ad essa e riassorbirla in sé sotto forma significante, sotto forma di discorso umano; dall’altra parte (e qui sta l’originalità di Lacan), c'è un frammento di questa realtà sgretolata (evaporata per Sartre) ed elisa, che si reintroduce. Ma questa realtà che ritorna non può più essere considerata una realtà a priori (come la voleva Lévi-Strauss, preesistente e strutturata a immagine della struttura linguistica) ma una realtà a posteriori, che dobbiamo logicamente porre al di là della struttura, consequenziale ad essa.

La ragione psicoanalitica che Lacan promuove come sintesi della ragione analitica di Lévi-Strauss e di quella dialettica di Sartre è giustificata da un oggetto che è specifico della psicoanalisi: l’esperienza dell’angoscia.

Il pezzo di reale che Lacan suppone essere a valle del dispositivo della struttura, resto o scarto della simbolizzazione della realtà, è il solo oggetto a cui possa essere ricondotta l’angoscia. L’angoscia è intrinseca, permea l’esperienza umana, dunque quando c’è angoscia c’è una crisi della normale capacità di simbolizzare, di dare senso alla realtà. L’angoscia fa essere l’esperienza umana:

tutt’altro da quell’esperienza regolata e scandita quale la vorrebbe Lévi-Strauss nel suo orizzonte perfettamente strutturato, quasi ieratico e senza crepe21.

Questo è ciò che la psicoanalisi apporta di originale al discorso strutturale e che Lacan, nel Seminario X chiama ragione psicoanalitica, resa necessaria dal fatto che il rapporto dell’uomo col mondo è nel segno di un pathos insopprimibile, di un attrito, di un continuo inciampo della comprensione e della facoltà di mettere ordine, e non della imperturbabilità che un congegno combinatorio quale è la struttura simbolica, ancorché operante inconsciamente, potrebbe assicurare.

Il territorio abitato dall’uomo, il territorio della vita umana, non è il deserto pacificato segnato dagli intervalli regolati di una struttura, non è insomma il campo della ragione analitica, ma è il luogo incandescente di un pathos, di un dramma ove la vita umana vibra di un reale denaturato; è il campo dunque della ragione psicoanalitica, ove la potenza combinatoria della ragione analitica e la potenza nullificante della ragione dialettica si coniugano intorno ad una sorta di punto risultante: consistenza conseguente, che la ragione psicoanalitica non rinuncia a formalizzare e a logicizzare […]22.

Livelli di struttura linguistica

Spiegato gli aspetti ontologici del linguaggio, entriamo nei risvolti più sociali del linguaggio.

I dispositivi linguistici non sono collocati su un piano, ma sembra abbiano una struttura annidata, a matrioska, con interdipendenze tra i vari livelli.

Un primo livello è la parola singola, i suoi lemmi, il significato storicamente e socio-geograficamente collocato (la stessa parola ha un senso diverso a seconda delle epoche e della collocazione sociale in un ambito territoriale definito).

Un secondo livello, le parole discorso. Il discorso è non solo relativo all’insieme delle parole che costituiscono il testo (scritto od orale che sia), ma si riferisce anche ai processi di produzione e di interpretazione di un testo, poiché esiste un’interazione tra le proprietà di un testo (grammaticali, semiotiche, sintattiche ecc.) e le risorse alle quali le persone devono attingere, nella loro mente, per comprendere, interpretare e produrre testi.

Un terzo livello sono le grandi narrazioni sociali, la religione, il capitalismo, il sacro, la nazione, (e/o i paradigmi scientifici), ecc. ecc. ovvero quelle narrazioni sociali che nella storia di volta in volta, tengono insieme una intera società.

Primo livello: le parole

Le proprietà di un testo (grammaticali, semiotiche, sintattiche ecc.). Ci sono le “risorse” alle quali le persone devono attingere, nella loro mente, per comprendere, interpretare e produrre qualunque testo o discorso. E' come uno “zaino” archivio che ognuno possiede, e che si porta dietro inconsciamente, che si è formato nel corso della vita a partire “dall'assunzione del latte” da piccoli. Dentro ci sono i lemmi, il significato, il “peso” delle parole, le relazioni, i rimandi delle stesse che ne danno il senso, il valore e l'importanza sociale.

Noi per comunicare attingiamo continuamente da questo “zaino” sociale, che abbiamo in comune con la comunità di riferimento, per questo riusciamo a capirci quando ci si parla. Si tratta infatti di un “archivio” storico-sociale condiviso da una data comunità.23

Un sasso, una bandiera, una francobollo, una croce, una reliquia, ma anche l'onore, la morale ecc. sono parole normali o insignificanti in certi luoghi o in determinate epoche, ma si possono sovracaricare di significati sociali in altre. E possono scatenare conflitti e guerre a causa della loro interpretazione.

Lo “zaino” non lo produciamo ex novo alla nascita, ma ci è tramandato è acquisito con il latte da piccoli, e dal momento che i nostri pensieri derivano da quel linguaggio acquisito, questo ci rende in qualche modo prevedibili, tant'è che alcuni studiosi del linguaggio hanno pensato che in qualche modo siamo tutti agiti e parlati, quasi come degli automi, da questo linguaggio acquisito inconsciamente e molto potente nell'ambito delle relazioni sociali e del nostro modo di pensare.

Il Secondo livello la parola-discorso24

Come se non bastasse alcuni specialisti dell'argomento ci fanno notare che c'è anche il discorso.

Esso non è non solo una somma di parole, o l’insieme delle parole che costituiscono il testo (scritto od orale che sia), ma si riferisce anche ai processi di produzione e di interpretazione di un testo, poiché esiste un’interazione tra le proprietà di un testo (grammaticali, semiotiche, sintattiche ecc.) e le risorse alle quali le persone devono attingere, nella loro mente (anche questo presente nello “zaino”), per comprendere, interpretare e produrre testi.

Queste risorse sono di carattere cognitivo e sociale e includono le conoscenze del linguaggio, le rappresentazioni del mondo sociale e naturale in cui viviamo, i valori, le credenze, i riti, le retoriche ecc.

Si può dimostrare che pratiche e discorsi, che di primo acchito sembrano essere universali e di senso comune, derivano invece da una certa concezione o ideologia propria di una ceto sociale, generalmente (ma non sempre) della classe dominante, che viene in qualche modo ‘naturalizzata’, “universalizzata”. Questo potere di proiettare una pratica propria di una classe a stato di universalità, farla divenire di “senso comune” (gramsciano), è complementare al potere politico ed economico detenuto da quella classe.

Parlare quindi di discorso significa coinvolgere le condizioni sociali in cui avvengono la produzione e l’interpretazione del testo. Queste “condizioni” di potere hanno una matrice, e spesso è data dalle istituzioni (l'educazione, la cultura, la storia, le leggi, la politica, i mass media) e/o dalla società in generale nel parlato quotidiano o nella rete dentro cui le persone sono immerse. Questa matrice del discorso è vissuta più o meno intensamente dai soggetti, tutto dipende tutto dalla vicinanza con detti istituti. Ovvero dipende della situazione sociale più prossima in cui un discorso avviene.

Le istituzioni sopratutto, ma anche la società in specifiche condizioni, producono un particolare insieme di convenzioni che determinano i discorsi: producono linguaggio di potere.

Teniamo presente che in ogni istanza, anche individuale, si fa sempre uso delle convenzioni sociali, sia a livello del discorso che delle pratiche quindi regola ogni nostro agire.

Ad ogni livello di condizione, e in base alla prossimità rispetto a delle istituzioni (e/o della società nel suo insieme) corrispondono ordini di discorso diversi.

Un ordine del discorso è quell’insieme articolato di pratiche discorsive che si riferiscono ad certo ordine sociale (studente, insegnante, professionista, disoccupato, residente, straniero, ecc.) e ad un certo campo sociale (lavoro, la politica, i media, la scuola, ecc.), riferito alla collocazione sociale nella divisione del lavoro, alla classe di appartenenza e come si è detto, rispetto la vicinanza con il sistema di poteri (Chouliaraki & Fairclough, 1999).

Gli ordini di discorso, insieme alle “ideologie” che essi rappresentano, sono determinati dalle relazioni di potere che si stabiliscono sia a livello delle specifiche istituzioni sociali in modo orizzontale, che a livello della società, in verticale. Essi vanno a costituire le caratteristiche strutturali ufficiali, -e per altri versi fondamentali- di una società, da cui derivano tutte le altre.

Lo Stato, la scuola, la legge, le religioni, la famiglia ecc. collettivamente assicurano la continuità della dominanza della classe in quel momento al potere, anche se le singole persone che fanno parte di queste istituzioni, hanno poco, o niente, a che fare con quella classe.

L’insieme di credenze condivise da un gruppo istituzionalizzato, le idee che guidano gli eventi e che quindi condizionano le pratiche sociali, l'agire (discorsivamente e praticamente), si basano sui discorsi e pratiche, specifiche, relative alle istituzioni dentro le quali agiscono, e che spesso assumono posizioni che oltre a legittimare direttamente o indirettamente il potere apicale (economico-mercantile nel nostro caso), legittimano anche la loro esistenza; diventati in questo modo autolegittimanti, sistemi autoreferenziali, in cui le relazioni di potere particolari esistenti al loro interno e le relazioni di potere che proiettano nella società esterna sono anzitutto “ideologiche”. Queste istituzioni-feticcio (politica, magistratura, polizia, banche, ministeri, media, amministrazione pubblica, scuola e circoli culturali ecc) sono quindi a loro volta cinghie di trasmissione, e fabbriche di linguaggi-discorsi del e per il dominio sociale.

Il successo di un discorso dipende dal suo essere stato inculcato, cioè divenuto collettivo, parte delle persone che arrivano ad agire, pensare, parlare e vedere se stessi in relazione e nei termini espressi da questo discorso, che diventa così di “senso comune”, in altre parole tali persone sono “parlate” ed agite dalla struttura linguistica usata.

C'è continuamente una lotta per l’imposizione di un senso particolare, o di una visione piuttosto che un’altra, e la forza degli agenti nella lotta è proporzionato al loro capitale simbolico, cioè al riconoscimento che essi ricevono da un gruppo o dalla società.

Discorso e autorità

Ciò che determina “il potere delle parole”, ovvero l’efficacia performativa del discorso, non sta tanto nelle parole in sé, ma in alcune condizioni che possono essere riassunte nel concetto di autorità. Questa autorità non è necessariamente circoscritta a un'istituzione decritta sopra.

Il successo di questa sistema di discorsi può discendere anche da una autorità “riconosciuta”. Processo che Bourdieu definisce “azioni di magia sociale”, da parte del potere carismatico; la loro validazione non dipende dal fatto che essi vengano compresi, ma piuttosto dal fatto che essi sono pronunciati da persone autorizzate, riconosciute, abilitate a farlo, che sono pronunciati in situazioni ritenute legittimanti, cioè davanti a interlocutori legittimi e sono proferiti in forme legittime (es. un headschip politico, un medico, un professore, un giudice o un carabiniere). Il potere risiede quindi nel fatto che il portavoce agisce su altri agenti attraverso le parole, in virtù del fatto che la parola concentra il capitale simbolico accumulato dal gruppo che lo ha autorizzato e da cui egli è delegato.

Questa autorità necessita della collaborazione di coloro che essa governa, sottopone o influenza, ciò che avviene grazie all’assistenza di meccanismi, istituzioni sociali in grado di produrre complicità (Bourdieu, 1988).

Il potere, essenzialmente esercitato attraverso il discorso, è il veicolo di trasmissione privilegiato dell’ideologia, è basato sul consenso (Fairclough (2001).

Antonio Gramsci opera la distinzione tra il potere che agisce per via coercitiva (in maniera esplicitamente violenta, ma anche più subdola e impercettibile) e il potere che opera attraverso il consenso, cioè attraverso l’acquisizione di una acquiescenza più o meno generalizzata, e sottolinea come nell’esercizio del potere attraverso il consenso i discorsi e il linguaggio siano determinanti, in virtù della loro capacità di imporre una certa visione del mondo sociale, piuttosto che un'altra.

Ciò che caratterizza il rapporto del discorso con le relazioni di potere è il suo essere opaco.

Ovvero, non è così chiaro che nel processo di mediazione, operata dalle convenzioni, rappresentate dagli ordini di discorso, si protrae la riproduzione dei rapporti di classe e di potere. È un potere ‘nascosto’ in quanto non reso esplicito, di cui la maggior parte delle persone non sono consapevoli. Pierre Bourdieu affermava a questo proposito: “è perché i soggetti […] non sanno cosa stanno facendo, che quel che fanno ha più significato di quanto sanno” (Bourdieu, 1988).

Il discorso assume quindi un ruolo significativo per la produzione, il mantenimento e il cambiamento delle relazioni di potere. I discorsi includono non solo rappresentazioni di come sono le cose o di come sono state, ma anche immaginari, cioè visioni di come le cose potrebbero o dovrebbero essere.

Dal potere nel discorso al potere oltre il discorso: i media

Esiste un potere nel discorso, e un potere oltre il discorso. Il primo come abbiamo detto si esercita

direttamente nel discorso: attraverso ciò che viene detto o fatto, nelle relazioni esistenti tra coloro che sono impegnati nel discorso e attraverso le posizioni che le persone occupano nel discorso. Il secondo è un potere che ha conseguenze strutturali e di lungo termine: esso agisce attraverso i saperi e le credenze, nelle relazioni sociali e nelle identità sociali delle istituzioni e della società.

Una parte consistente dei discorsi nella società contemporanea coinvolgono partecipanti che sono separati tra loro nel tempo e nello spazio: tutti i testi scritti, ma anche quelli attraverso la televisione, la radio, i giornali, ecc. Il potere nascosto dei media, affidato al modo in cui è individuato e rappresentato colui che causa quello che sta succedendo e colui che fa cosa e a chi, e che relazioni esistono tra i fatti. E' un esempio di potere ‘nascosto’, perché le implicazioni relative alle relazioni di potere non sono esplicite.

Il modo di raccontare un avvenimento, evidenziando o omettendo un aspetto piuttosto che un altro, lasciare ad intendere piuttosto che dichiarare esplicitamente le relazioni tra oggetti, fatti e persone, non sono casuali, ma strettamente legati alla posizione sociale del soggetto che racconta. La capacità dei media di esercitare questo potere ovviamente dipende dalla ripetizione, insistenza dei discorsi e come abbiamo già sottolineato dalla posizione di coloro che l’esprimono25.

Si possono individuare tre tipi di meccanismi (Fairclough, 2001) di esercizio del potere tramite consenso che coinvolgono i discorsi e il linguaggio, e che producono un cambiamento strutturale (cioè nel sapere, nelle credenze, nelle relazioni sociali e nelle identità sociali):

1. l ’adozione di pratiche e discorsi universalmente accettati e seguiti perché nessuna alternativa è possibile, concepibile o immaginabile;

2. l’imposizione di pratiche attraverso un esercizio del potere ‘nascosto’, non esplicito (l’inculcare);

3. l’adozione di pratiche che vengono adottate attraverso un processo di comunicazione razionale e di dibattito (il comunicare) .

Questi tre meccanismi sono tutti esercitati nella società contemporanea, ma ciò che è più accentuato ai giorni nostri è l’inculcare e il comunicare, purtroppo, la ricerca delle alternative è stata abbandonata da tempo dai soggetti interessati.

Generalmente l’inculcare viene adottato per ricreare, artificiosamente, l’universalità del primo meccanismo, ed è usato da chi detiene il potere (e vuole mantenerlo) perché, come abbiamo visto, esso dipende strettamente dall’autorità. Mentre la comunicazione e il dibattito costituiscono un meccanismo di emancipazione che viene generalmente usato nella lotta contro il potere dominante.

Un altro aspetto importante è che il potere è sempre conquistato, mantenuto o perso attraverso scontri/lotte a livello sociale. E il discorso è il luogo di scontri di potere, in quanto il controllo sugli ordini di discorso (l’insieme delle convenzioni) è uno strumento molto più potente per il mantenimento del potere.

Il terzo livello: le grandi narrazioni

Questi dispositivi costituiscono il crogiolo storico-sociale in cui esistono e si riproducono le grandi narrazioni, nel nostro caso, il capitalismo lo Stato liberal-borghese, o nel precapitalismo la religione. Quello che possiamo chiamare il cemento della società.

Le narrazioni sociali, le istituzioni, non sono che convenzioni sociali che a loro volta producono uno specifico insieme di sotto-convenzioni che determinano i discorsi ordinari: ogni istanza, anche individuale, implica sempre delle convenzioni sociali, sia a livello del discorso che delle pratiche26.

Quindi i feticci finora descritti possono essere visti anche in termini linguistici come le grandi e dominanti narrazioni epocali dei sistemi di potere, delle classi dominanti che si sono succeduti nel tempo. Narrazioni di potere che si sono cristallizzate in istituzioni concrete (Stato, denaro, legge, ecc.) e sono diventati dei domini, poteri stabili. A loro volta questi, per continuare ad esistere, per riprodursi, sono diventati dei produttori/diffusori di linguaggi di sistema, declinati a seconda del caso, nel loro ambito di attività.

Althusser sottolinea l’importanza degli apparati ideologici di Stato quali dispositivi di riproduzione del riconoscimento ideologico, sono dispositivi di comando, come dice Foucault, anzitutto ideologico-semantico e solo in secondo momento anche fisico coercitivo.

Ma che siano sotto forma verbali o coercitivi-materiali, in ogni caso sono sempre “messaggi” che il dispositivo invia all'esterno, verso i subordinati per stabilire gerarchie e internità al sistema. Anche le prigioni, “democratiche”, per il solo fatto che esistono, che tutti sanno che esistono, servono più ai più ai subordinati che stanno fuori delle mura di cinta, per ammonirli a placarli, che a sedare chi sta dentro tra le sbarre e catenacci.

Gramsci spiegava che le ideologie, le grandi narrazioni, sono “il terreno su cui gli uomini si muovono, acquistano coscienza della loro posizione” e che definiscono i soggetti nella loro pluralità di piani di azione. L’ideologia è il luogo di costituzione di un tipo di soggettività che non può che essere perciò collettiva, un luogo nel quale continuamente i soggetti vivono e agiscono, scegliendosi ancora prima di autodetermi­narsi tramite le scelte morali e culturali individualmente pensate.

Ciò che è individualmente pensabile non è che un modo in cui l’ideologia si esplica nelle forme che istituiscono la vita di tutti i giorni, dallo sport alla cultura popolare, dai modi di organizzazione del lavoro alla letteratura. È grazie all’ideologia che un soggetto collettivo diviene cosciente di sé e di conseguenza capace di contrapporsi all’egemonia avversaria. Non esiste un’unica ideologia. Ideologico è il terreno di scontro tra ideologie diverse, tutte organizzate in apparati, trincee e casematte, vengono continua­mente rielaborate, adattate, propagate.

Il linguaggio è un punto di vista che forse aiuta a capire meglio le dinamiche della costellazione dei feticci, e le loro subordinate. Grandi feticci sono gli architravi della società, quelli che cementano in un certo modo la società, i piccoli feticci sono le sue declinazioni nei vari settori, insieme sono il sistema culturale e materiale della società. Queste articolazioni tendono ad essere più immateriali, più cognitivi, ma non per questo meno importanti nell'ambito dei grandi dispositivi di dominio e controllo.

Un potere-dominio27 che non comunica, non fabbrica immaginari, che non convince, e quindi non ha “consenso” non può esistere a lungo.



 

1 Si parla degli interessi di un gruppo sociale escluso dalla Potenza.

  1. 2 Max Weber, Economia e Società, 1922, Vol.1.

 3 Herrschaft è l’atto del comandare a cui corrisponde una disposizione all’obbedire. Nell’azione attiva del comando è sempre implicita una qualche forma di reazione, ma è costitutiva del comando stesso. Si aderisce al comando in modi diversi: dal modo razionale, per consenso fino alla assuefazione con diverse sfumature tra questa. 

4 Pierre Bourdieu (1930–2002) sociologo, antropologo, filosofo e accademico francese. È considerato come uno dei sociologi più importanti della seconda metà del XX secolo.

5 Parliamo di beni materiali, ma il discorso si potrebbe allargare anche per i beni simbolici come quelli religiosi o tra cattedre universitarie o familiari, tra un burocrate e un utente, ecc..

6 Le caste in India sono attualmente in vigore e rappresentano un interessante esempio vivente della divisione del lavoro e soprattutto dello scambio di servizi tra le varie caste. Anche la casta dei religiosi entra in questa categoria. La casta dei bramini, grazie allo stato di purezza” in cui si mantengono, viene considerata dalle altre caste come l'unica adatta a fare da intermediaria con gli dei, l'unica in grado di compiere riti religiosi e di offrire sacrifici per propiziarsi i favori divini. Per questo appare naturale e ogni altra casta considera normale che essa vada mantenuta. Questo autorizza i bramini a prendere come dono il lavoro e i servizi prodotti dalle altre caste.

7 Erving Goffman (1973) In pratica il metaframe è la cornice cognitiva in cui è collocato un soggetto o un gruppo sociale e ne determina le azioni in automatico, in maniera “inconscia”. Sistemi semiotici, di comunicazione condivisi.

8 Fanno parte di questo universo dei poteri mediatori anche il patriarcato che gestiva la sessualità, le relazioni affettive, il destino della moglie o della prole, oppure la tribù con le sue prescrizioni e tabù sociali, alimentari e sessuali.

9 Negli universi pre-moderni abbiamo due mondi: il visibile e l'invisibile (e nel senso comune è così ancora oggi). Per tutti, l'invisibile era importante tanto quanto l'invisibile, ogni azione nel mondo visibile aveva un legame con l'invisibile. Da Omero e il gioco con gli dei dell'Olimpo al fondamento religioso dell'americano come “popolo benedetto da Dio”, alle costituzioni repubblicane, anche se con peso diverso, la sacralità (bandiera, patria, stato, la promessa, la fiducia, ecc) e il rimando all'”al di là” è sempre presente.

10 Si guarda la società non dal punto di vista sociologico (frame e mataframe) ma linguistico, in pratica si amplia il tema da un altro punto di vista che conferma il precedente.

11 Edelman Murray, The symbolic uses of politics, Urbana, University of Illinois Press, 1964, trad. it. Gli usi simbolici della politica, Napoli, Guida, 1987

12 Affermare, inoltre, che il linguaggio è un potente fattore di potere-dominio significa anche considerare quella dimensione simbolica del linguaggio, e della stessa politica, in cui la retorica, i simboli, i rituali sono fattori cruciali, e dove le istituzioni, i partiti, i soggetti politici sono immersi nel simbolismo, comunicano attraverso simboli, celebrano rituali per legittimare se stessi e per confermare il proprio ruolo nella società, e la cittadinanza partecipa ai grandi e piccoli rituali che rassicurano ( o sfidano) l’ordine politico.

13Lévi-Strauss , Il totemismo oggi (1962), Feltrinelli, Milano 1964.

14Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio (1962), Il Saggiatore, Milano 196

15 Non crediamo il soggetto sparisca, come diceva Jean-Paul Sartre e la sua Critica della ragion dialettica, rappresentante dell’esistenzialismo, e che nel soggetto desiderante ha imbastito le sue tesi.

16 Parola e linguaggio, cit.

17 Ibidem.

18 Licitra Rosa C., Parola e linguaggio, cit.

19 Heidegger M., In cammino verso il linguaggio (1959), Mursia, Milano 1973.

 20 Recalcati M., Soggettivazione e separazione. Il soggetto come resto-eccedente, in Lezioni su Lacan, POL-it.org.

21 Licitra Rosa C., Da Lévi-Strauss a Lacan: dalla pace al pathos, dalla struttura alla topologia, cit.

22 Ivi .

23 Spesso quindi il significato delle parole non è univoco (specie per alcune parole chiave, cruciali per certi saperi o ambiti sociali), le parole sono usate in modo assai diverso, se non addirittura in modo contraddittorio, dagli utenti in genere. 

24 Generalmente la parola, il linguaggio e il discorso sono spesso usati come sinonimi, ma sono cose diverse, i due termini hanno un significato diverso, e ad esse è stato attribuita diversa valenza dai vari pensatori. Ferdinand de Saussure distingue tra linguaggio (langue) inteso come una struttura composta di relazioni interne, regole grammaticali, lessicali, ecc, e linguaggio (parole-discorso) inteso come quello strumento di uso comune che ogni giorno adoperiamo per comunicare. C’è chi erroneamente intende il linguaggio - discorso come una struttura fissa e obiettiva di possibilità che gli uomini usano seppur in modo diverso, mentre qui si intende il linguaggio o come una costruzione inter-soggettiva o più generalmente storica. Perché c'è sempre una relazione tra realtà e linguaggio-discorso, è una interazione dialettica, reciproca, legata ad epoche storiche. Quindi il termine di discorso in questo ambito è inteso come pratica sociale comunemente usata.

25 Un altro aspetto nascosto è più propriamente di natura linguistico strutturale, è il modo di relazionarsi con le strutture di potere istituzionale. Su questo gli studi sono pochi, ma per semplificare facciamo degli esempi, il rapporto tra il singolo e lo Stato nelle varie culture storiche, quelle italiana, francese, tedesca, inglese e americana. Rispettivamente, il rapporto è da suddito alla ricerca di una raccomandazione o organismo da sfruttare per i ceti privilegiati, da cittadino titolare di diritti, da figlio verso un padre etico, come cittadino contribuente con precisi con diritti di rappresentanza territoriali, da azionista-contribuente (impronte culturali che risalgono al 500-700). Questi insieme agli “archetipi” magico-religiosi (molti dei quali risalenti al paganesimo) e ai meccanismi patriarcali e matriarcali, che impostano relazioni di potere verticale, di genere dentro la famiglia, hanno origine più remote nel “bagaglio” culturale suddetto e hanno intaccato la struttura grammaticale, antropologica, profonda delle relazioni e non sono sparite con la modernità e il post-moderno qui trattato.

26 Quest’affermazione implica che un individuo è capace di agire (discorsivamente e praticamente) solo se ci sono delle convenzioni sociali all’interno delle quali agire. Ed è costretto in questi vincoli, nel senso di essere limitato ad agire all’interno di determinate condizioni, ma questo non comporta necessariamente rigidità e pre-determinazione totale delle azioni. Esistono comunque un’infinita varietà di discorsi e di pratiche che possono essere assunte all’interno delle convenzioni, ed esse implicano un alto grado di creatività che dipende molto dalla collocazione sociale.

27 Il potere che ristagna diventa dominio (Foucault).