LA NEO-ECONOMIA

(Breviario del capitalismo visto da Marx)

Frame e metaframe del capitalismo

Come è noto, nella sua analisi delle merci, Marx distingue, nel capitalismo mercantile, tra valore d'uso (determinatore di qualità, a cosa serve un oggetto) e valore di scambio (indicatore di “equivalenze” quantitative, astratte sotto forma di moneta).

Il valore di scambio, in ragione della sua astrattezza, è l'equivalente generale delle quantità, equipara merci di un tipo con altre di altro tipo, è nel regno del calcolo matematico delle quantità, va ad appiattire e imprigionare le qualità sociali e umane per cui era stato prodotto, cioè il suo valore d'uso. La produzione di valori d'uso e valori di scambio sono due processi che nel capitalismo si svolgono separatamente uno in fabbrica e l'altro sul mercato (non è così nel pre-capitalismo dove per esempio si ordinava dal calzolaio un paio di scarpe o dal sarto un abito!!).

Il mercato non aumenta i valori d'uso insiti nel prodotto, ma li trasforma solo in merce quantizzabili, ovvero equiparabili ad altre merci. La qualità o viene quantizzata o non è.

Da questo “semplice” arcano, ne discende tutto un mondo nel senso che:

a) la dimensione sociale di questo fenomeno (ogni cosa è merce) è elevata e diffusa, e diventa il modo prevalente di vivere della società, e non è più un elemento marginale dell'attività umana;

b) il fine della produzione NON è ottemperare dei bisogni sociali ma trarne dei profitti sfruttando il dualismo lavoro-mercato e il dualismo delle posizione degli agenti sociali (proprietari di mezzi di produzione e proprietari di sola e nuda forza lavoro).

Se ci sono queste condizioni, si chiama fase capitalistica (di mercato) della società!

Il valore d'uso dei prodotti perde progressivamente la varietà qualitativa che lo connotava originariamente e va sullo sfondo dei rapporti sociali e in primo piano subentra la merce.

Il lavoro medesimo diventa merce, collocato tra altri valori-merci che vengono scambiati in via calcolistica: tutti piatti, numeri senza qualità posti sul mercato.

L'unico mezzo di sostentamento della maggioranza della popolazione è vendere la propria 'forza lavoro' a un capitalista (anche se si chiama Stato) in cambio di “un sistema simbolico” chiamato 'moneta', a sua volta senza valore d'uso, ma è 'merce' astratta (carta moneta o un bit su un computer di una banca), considerata socialmente un equivalente generale. A sua volta questa “moneta” consente di acquistare valori d'uso per il sostentamento (e non solo, come vedremo successivamente).

In questo “arcano” dello scambio diffuso, si nascondono molte cose, elenchiamo le principali.

  • a) La messa a profitto della risorsa primaria, patrimonio dell'umanità: l'intelligenza collettiva.

  • b) Lo sfruttamento dei Pochi su Molti.

  • c) La costituzione (non necessariamente progettata a tavolino) dell'universo immaginario collettivo e per i quali questo modo di redistribuire la ricchezza in modo ineguale appare come “naturale” per i più, non solo, sembra l'unico modo/mondo possibile e credibile.

  • d) Si avvia di concerto un processo di produzione culturale globale capillare. La ricerca del profitto da un lato, e il lavoro umano fattosi astratto, merce collocato tra gli altri valori-merci, ha come conseguenza la nascita di processo nascosto di reificazione sociale diffusa, dove le persone sono automi, prigionieri del loro ruolo. Il capitalista sopravvive solo se incrementa il valore del capitale, l'operaio sopravvive solo se vende la sua forza lavoro. Diventano entrambi “maschere” (Marx), attori, soggetti alienati che vengono agiti e parlati dalla valorizzazione del capitale, dalle leggi (astratte e estranianti) del denaro. Il denaro, la sua valorizzazione, diventa la forma “sensibile” (capitalistica), il lavoro nella sua forma astratta è diventato il motore, l'asse dinamico della società . Il valore astratto, la valorizzazione del denaro calcolistico-astratto si erge a valore umano in generale!

    Permea ogni rapporto sociale, e diventa l'unico modo di cooperare tra le persone e di socializzare. Ovvero il linguaggio delle merci si introflette nella coscienza dei suoi possessori e consumatori e diventa lo “zaino”, di cui si parla nel capitolo sul linguaggio.

Per questa via, il capitalismo si fa universo cognitivo linguistico “automatico”, forma onnicomprensiva del sensibile dell'umano, l’universo di potenza che li sovrasta.

Anche se tutto questo movimento appare come un processo sociale, e se i momenti singolari di questo movimento provengono dalla volontà cosciente e da scopi particolari degli individui, l'intero processo non sembra meno come una connessione oggettiva, che nasce da un tutto naturale; tutto viene certamente dall'interazione tra individui coscienti, ma non si trovano nella loro coscienza, non è sussunta come totalità sugli individui. Il loro scontro produce un potere sociale che è loro estraneo, posto al di sopra di loro; che è il loro rapporto reciproco come processo e potenza indipendente da loro1.

Anche di fronte al declino del capitalismo, al suo ritrarsi capannone dopo capannone, le persone continuano ad agire come se la crisi capitalista sia momentanea, frutto di una cattiva politica. Le persone scendono in piazza per chiedere un cambiamento della politica, talmente è connaturato l’ordine del discorso, il super-frame del capitalismo.

LA SOSTITUZIONE “ETNICA”

La “classe” è in paradiso

Per punti:

  1. la modernizzazione come fase progressiva del capitale è giunta alla sua fase terminale. Si assiste alla dissoluzione della “sostanza del lavoro” e di conseguenza dell’uso del “valore lavoro” come forma di arricchimento. L’industria 4.0 produce l'obsolescenza della forza lavoro e quindi della classe operaia.

  2. Anche la globalizzazione ha esaurito la sua fase espansiva, tutte le Nazioni viaggiano in sincronia di produttività ed interdipendenza. Ogni singola attività industriale nazionale per funzionare ha bisogno del supporto di altre industrie (o mercati) distribuite in altre Nazioni; la produttività e le merci si sono globalmente uniformate.

  3. La dispersione transnazionale degli apparati e delle funzioni che sono alla base dell'economia hanno dissolto gli steccati tra l'economia nazionale e il mercato mondiale.

  4. Sindacati, politici, economisti come nel film “Il deserto dei Tartari”, attestati nelle loro fortezze di cartapesta, da decenni sono in attesa di un nuovo miracolo economico mondiale che ponga fine alla crisi e faccia ripartire la produzione; miracolo che non verrà mai, come si è cercato di dimostrare, per problemi strutturali al capitalismo stesso. Tutti presentano formule magiche per guarire il capitalismo, peccato che usano le stesse categorie che hanno creato il suo declino: la produttività. Spergiurano che passata la congiuntura, l’economia capitalista continuerà ad assorbire la manodopera massa “fuori mercato” dall’industria 4.0.

  5. Ci sono biblioteche intere che parlano della globalizzazione della crisi del capitalismo, ma finora pochi ne hanno tratto le conseguenze. I vecchi concetti economici novecenteschi continuano ad essere trascinati in avanti, è come fischiare all’asino che non vuole bere (ad es. il famoso bazooka di Draghi).

Il “ quadro”: la sostituzione “etnica”

Le speranze e le promesse di “progresso e prosperità per tutti” sono infrante, il capitalismo lean 4.0 è diventato una macchina di precarizzazione.

La “riconversione” riguarda principalmente la (ex)“classe operaia” ma investe anche i ceti medi, che vedono invertito per la prima volta il “benessere progressivo” dei tempi della modernizzazione. Per tutti sfuma la possibilità di programmarsi un futuro per sé e per i propri figli, e con esso le prospettive di una società migliore.

La post-borghesia

Da quando si è passati da una società capitalista relativamente semplice, dove la divisione in classi è data dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione, e si è passati ad una realtà complessa, dove il “controllo” più che la proprietà2 è il fulcro del potere, il concetto di “classe” si è alquanto articolato.

Il disfacimento della fabbrica-città della fine degli anni ‘70 e la fine delle grandi famiglie oligarchiche, il venir meno dei Stati-Nazione nel ruolo di agevolatori nell’“accumulazione originaria” del capitalismo, hanno modificato pesantemente il ruolo e le funzioni delle classi sociali, almeno così come si erano venute a creare nel primo novecento.

Con l’espansione delle aziende da proprietarie in grandi Società per Azioni (S.p.A.) spesso annidate in scatole cinesi, dove con un la proprietà azionaria del 5-15% si controlla tutto il resto, accanto alla spartizione sociale sulla base della proprietà dei mezzi di produzione si è fatta largo con maggiore importanza la “Potenza” del controllo” dei mezzi di produzione, spesso condotti da parte dei manager.

Mentre il borghese programmava la produzione e i prodotti nel ciclo di 20 anni, i manager arrivano al prossimo consiglio di amministrazione. Il borghese investiva sul capitale umano, il manager bada agli utili da presentare al consiglio di amministrazione.

I manager sono i nuovi mandarini, i boiardi del nuovo capitalismo3. Questi hanno soppiantato la direzione da parte dei proprietari (i vecchi borghesi col cilindro). I manager non soltanto sono ai vertici delle grandi imprese “produttive”, ma lo sono anche nel credito, nelle banche centrali, nel controllo delle Borse, nella dirigenza delle agenzie culturali (TV e editoria) e nelle imprese statali, a capo di ministeri ed enti parastatali (Eni, Iri, Poste, ecc.). In Italia questi sono sempre gli stessi, una casta che gira da una impresa o istituzione all’altra.

Da classe a ceti, da borghesi a élite

Estinti i vecchi sistemi borghesi-dinastici composti da un manipolo di famiglie che dirigevano tutto e sostituiti con i manager (gli eredi delle vecchie famiglie borghesi per lo più si limitano a “staccare cedole” delle azioni), la società post-moderna è strutturata più che in “classi” in élite4 e “peones”, creditori e debitori, pochi che sono sempre in credito e molti sempre in debito (basti pensare al debito pubblico che assomma a 60.000 euro a testa, un carico che c’è fin dalla nascita).

La prima fila di questo fronte è fatta sulla falsariga delle vecchie aristocrazie e più o meno strutturata, ma spesso organizzata in massonerie o circoli. Nel “post-moderno” la distinzione tra avere la “Potenza” o non averla è molto più marcata che in precedenza e anche l’unico modo per distinguere la posizione sociale.

L'élite il nuovo aggregato dei ceti con “Potenza”

Nella categoria delle élite sono confluiti i potenti emergenti (o che si ritengono tali), che partecipano al banchetto della redistribuzione o che si ritengono privilegiati. La nuova élite comprende imprenditori, gerarchie militari, finanzieri, rentiers, avvocati, medici, cattedratici, giornalisti, intellettuali, politici, sindacalisti, importanti uomini di spettacolo ecc.

Sono un vero blocco sociale molto articolato che accomuna molti ceti e che fa del Potere un momento di forza per mantenere benefici a scapito dei più deboli o dei senza “Potenza”.

Le élites sono una società dentro la società, hanno dinamiche di reddito a sé, abitazioni distinte, frequentano i medesimi circoli, i medesimi ristoranti, hanno gli stessi posti riservati all’Opera, gli stessi luoghi di vacanza, hanno propri luoghi di cultura, circoli riservati ( e naturalmente un identico linguaggio comune), quindi dicono e pensano le stesse cose sul mondo. Si tramandano la posizione sociale in modo ereditario, sono anch’essi esclusivi e dal basso non si infiltra nessuno. Come i vecchi ceti vengono anche limitati i rapporti sociali extra élites, soprattutto per quanto riguarda la commensalità.

Questi occupano la maggior parte dei posti di potere e 8 euro su 10 in circolazione sono in loro facoltà.

Sono gli overbooking della società: non seguono delle regole, le fanno! Non ha importanza il partito che governa, basta che non esca dai loro confini (con altri meta-frames); allo scopo hanno costruito fortini, barriere tagliafuoco, muri, fossati, campi minati a protezione del loro Olimpo autoreferenziale.

Queste élite sono i “guardiani dell’occidente” e vedono in malo modo ogni altra potenza emergente che non appartiene ai loro circoli consolidati negli anni (Russia, Cina, Corea, Venezuela e tutti i paesi non allineati alle aristocrazie).

La fine di Cipputi

Come si accennava, rispetto il tempo di Marx e di Weber e di Gramsci ossia dell’esordio della modernità al post moderno le cose sono alquanto cambiate.

Oggi la grande manifattura è praticamente sparita non solo in Italia ma dall’occidente, si è sedimentata in paesi come la Cina e l’India che sono diventate le uniche manifatture del mondo. Sono manifatture enormi che ricavano il plusvalore (da noi estinto) dai grandi numeri; un conto è produrre spilli -con lo stesso macchinario e costo della manodopera- per 100.000 persone un conto per 1 milione, il primo non è “redditizio” il secondo si, è un fattore di scala.

In occidente con la rivoluzione industriale 4.0 le macchine hanno espulso la manodopera (e con essa il plus-lavoro), rendendo superflua la gran parte della forza lavoro, cambiando così tutta la geografia sociale.

Un processo che chiamiamo post-moderno, iniziato alla fine degli anni ‘70 dove per la prima volta da 400 anni si è visto l’esodo contrario della forza lavoro nel mondo capitalistico, viene espulsa dalla manifattura, ma non può ritornare nelle campagne da dove era venuta!

Un processo a scatti, scandito da crisi consecutive e sempre più ravvicinate, fino a diventare completamente irreversibili nei giorni nostri. Crisi sempre più depressive che ogni volta lasciavano grandi masse in situazioni non-capitaliste (il salario come una meta che solo pochi avrebbero conseguito).

Invece di essere il Nord industriale a conquistare il sud, in Italia è successo il contrario: il modello Sud ha esondato, conquistando grandi fette del Nord (a macchia di leopardo).

Abbiamo che il 70% della manodopera è impiegato nel terziario. Le industrie che esistono sono di natura pulviscolare (Bonomi), piccole e a conduzione familiari, e sono localizzate per il 70% nel nor-ovest. Sono realtà proprietarie pre-capitaliste, in prevalenza sotto i 15 dipendenti, dove se muore il proprietario muore l’azienda (perché spesso i figli fanno altro).

LE AGENZIE DEL CONSENSO SOCIALE

(nel moderno)

Gli intellettuali organici

Un aspetto importante da tener presente per l’egemonia è che il consenso ideologicostrategico” necessario alle élites è svolto dagli intellettuali: i famosi “intellettuali organici”. Intellettuali non tanto e non solo al soldo di chi gli offre “il pranzo e la cena” (ci sono anche quelli), ma in quanto ceto pensante per tutti. Sono gli elaboratori sul piano culturale degli interessi di “Sistema”, di questa società asimmetrica.

Gramsci, vedeva gli intellettuali coinvolti anch'essi nella lotta di classe, e quindi "organici" al partito e alla “classe” da esso rappresentata. Il loro compito doveva essere duplice: uno era di contribuire all'elaborazione di una concezione del mondo rispondente agli interessi e alle aspirazioni della propria classe, e dall'altro era il compito di criticare le concezioni del mondo che esprimono gli interessi delle classi borghesi. All'intellettuale organico spettava sia l'organizzazione del consenso che la critica delle ideologie concorrenti.

Visto l’andamento della storia... questi “intellettuali organici al proletariato” erano solo in prestito, sono emigrati tutti, hanno seguito la parte imburrata della vita.

Il metadiscorso di questi intellettuali (embedded) è sempre e comunque: Avere una gerarchia fa parte della base biologica di ognuno; per quanto dura sia l’esistenza delle classi sociali non c’è alternativa alle gerarchie”! E chi dice che la gerarchia è “condizionata” dall'alto, e quindi è un fatto culturale, viene accantonato dagli intellettuali come un utopista. Per loro la gerarchia e la divisione del lavoro sono fondamentali, non possono rinunciarci, pena la perdita di “Potenza”. La nostra società la potremmo definire a trazione di élite.

La macchina egemonica della borghesia

Una buona riflessione in merito ci viene da Gramsci5, il quale ci dice che il potere ha due facce: la forza e il consenso.

Se prevale il lato della forza si ha il dominio; se prevale il lato del consenso si ha l'egemonia. Il potere di lunga durata è basato essenzialmente sul consenso, si ha così: “il potere egemonico della classe dominante”.

Questo vuol dire che la classe egemone ha realizzato la capacità di guadagnare a sé la gran parte della popolazione prevalentemente attraverso la persuasione. Il “suddito” viene convinto ad aderire alla sua narrazione del mondo, alla sua filosofia, al suo progetto politico e culturale, viene convinto ad aderire di volta in volta al suo progetto sociale: il progetto che il potere propone sempre dentro la cornice della sua divisione del lavoro (c’è una classe apicale che organizza e pensa e i subordinati che eseguono).

Per conseguire suddetto scopo la classe dominante mette in atto degli apparati sociali pubblici e privati, le famose “agenzie” (Gramsci); queste hanno lo scopo non solo di mantenere il consenso alla sua riproduzione semplice, ma di procurare adesione al “progetto sociale” attraverso le modificazione del tempo e degli avvenimenti.

Per questo la “Macchina Egemonica”, non è fatta solo di corruzione economica (salario) o di “guida politica”, ma è soprattutto culturale, ovvero raccoglie un complesso sistema di controllo/convincimento che non si limita al momento economico o politico, ma coinvolge tutta una serie di istituzioni pubbliche e private che permeano trasversalmente tutta la società civile.

Sono proprio le cosiddette “agenzie” che hanno il compito di declinare la cultura dominante in ogni grado e ambito della gerarchia sociale. La “Macchina Egemonica” di Gramsci e comprende: la Chiesa, i sindacati e ordini vari, scuole, associazioni, mass-media (dalla carta alla celluloide passando per il digitale), film, serial, pubblicità, ecc. (e quindi scrittori, artisti, giornalisti, creativi, professori, scienziati, ecc.).

Da questo punto di vista l'analisi del potere di Gramsci è molto più completa e complessa (oltre che attuale) di quella di Lenin6; ed è migliore anche nella comprensione del metodo di costruzione dell'egemonia alternativa. L’egemonia, quella proletaria, è indispensabile se si vuole costruire una società più giusta, con sistemi piramidali di dominio i più bassi possibili.

Gramsci indica anche il modo con cui conquistare l’egemonia, conquistando le agenzie “casamatta dopo casamatta” un pezzo alla volta, in una guerra di posizione di lunga durata.7

Un altro aiuto ci viene dalle analisi sociali di M. Weber che aiutano meglio a comprenderne le varie articolazioni.

Formare un ceto?

Per sottrarsi al gioco dei debitori/creditori, tra chi ha Potenza e chi non ce l’ha il proletariato -come in parte suggerisce Weber- dovrebbe organizzarsi in ceto. Se una classe sociale vuole diventare importante in termini di potere, deve organizzarsi come ceto. Per ottenere, ritagliarsi e mantenere una posizione di potere, è necessario che un gruppo con uguali interessi economici diretti, svincolati dal rapporto mercantile si trasformi da un semplice aggregato di massa in una comunità sociale. Questo si può realizzare attraverso la cultura e forme aggregative che si esprime dell'assunzione di regole, norme, modi di pensare e di comportarsi.

La via comunarda

Come si è detto dominio e potere richiedono una gerarchia, il compito dei comunardi è quindi duplice, non solo appiattire o rendere circolare il potere (più risiede in posti fissi più diventa pericoloso) ma dimostrare, convincere che non solo la gerarchia capitalista è inutile, ma che tutte le gerarchie sono inutili!

E questo lo si fa sia con il convincimento che con esempi concreti di strutture sociali dove le persone vivono meglio senza gerarchia. (senza diventare un ingovernabile “condominio”!)

MI ILLUMINO DI MENO

La “cornice”

Fine dell’illuminismo, delle Nazioni, dello Stato e della Globalizzazione!

L'Illuminismo di concerto è tanto esausto quanto l'economia capitalista, di cui era solo l'espressione filosofica.

Le idee centrali dell'Illuminismo, cioè la “libertà” e “l’uguaglianza” dell'individuo isolato, autonomo, titolare di proprietà, diritti e con la sua “responsabilità personale”, erano, per il loro significato, la base, la misura e la forma necessaria per la costruzione del “valore lavoro” capitalista inteso come “lavoro astratto” (Marx). Ma con la forza lavoro entrata in massa nei “fuori mercato”, fuori del ciclo di valorizzazione (o presente sono in quanto fatta di consumatori) e con nessuna prospettiva di rientrarci, in queste neo-mondo sono saltate tutte le pre-condizioni necessarie al capitalismo per appoggiarsi al liberalismo come forma di governo per gran parte della popolazione (a parte i sans papiers8,per cui queste regole non sono state mai valide.

La libertà e l'uguaglianza dell'Illuminismo sono sempre state parallele alla fenomenologia del denaro9 e al suo possesso (fino a quando lo si possiede e si ha la capacità di consumare). Perché si è parlati e agiti dal denaro sia nella sua forma di accumulazione che nella forma di consumatore.

Del resto la sinistra10 si comporta alla stregua del perfetto borghese “moderno”: per lo sviluppo progressivo, per il progresso, per l'ottimismo della costante e perenne crescita e della qualità della vita, così come per l’espandersi dei diritti. La crisi è vista come nuovo modello di crescita che aspetta l’umanità dietro l’angolo.

La sinistra “riformista moderna e democratica” segue religiosamente il razionalismo nei risultati della scienza, i progressi della tecnologia, dello statismo, del diritto e della più alta divisione del lavoro; tutto come se fosse uno “status naturale”.

Si comporta come se la società illuminista della modernità borghese potesse essere infinito, la fine della storia, senza un poi, senza alternative; il presente come il giusto alveo al di fuori del quale ogni cosa è peggio. Partiti e i sindacati si sono trasformati in esecutori delle pseudo - “leggi naturali” economiche di questo sistema che volge al termine.11

(Dell’illuminismo se ne parla in modo approfondito in un alto doc.)


  1. 1 Karl Marx, Manoscritti 1857-1858 denominato "Grundrisse", op. cit., p. 157.

2 In una società per azioni abbastanza grande (o per il medesimo Stato) la proprietà è diffusa in una miriade di proprietà frazionate (azionisti), tuttavia il controllo è in mano a micro-proprietari (che posseggono il 2-4% delle azioni) che controllano il restante 98%. (Così è anche per il controllo sullo Stato, dove tutti i cittadini sono virtualmente proprietari “azionisti” ma pochissimi ne hanno il vero controllo).

3 Un esempio su tutti dove la proprietà conta poco rispetto al controllo: la BlackRock, essa è la società di investimenti più grande del mondo, gestisce risparmi investiti (ci sono anche i fondi pensioni dei lavoratori) per 6.000 miliardi di dollari, con 70 uffici sparsi in 30 paesi. La BlackRock è il principale azionista in migliaia di aziende sparse in tutto il mondo, aziende importanti nei settori dell'energia, della chimica, dei trasporti, nell’agroalimentare, in aeronautica, nell’immobiliare e nelle piattaforme digitali.

4 Mentre i borghesi avevano un qualche rapporto con i subordinati, i manager non ne ha nessuno, hanno solo rapporti con gli azionisti a cui devono offrire profitto, non sul medio lungo termine, ma fino al prossimo consiglio di amministrazione.

5 Riportato anche da Angelo Broccoli, Antonio Gramsci e l'educazione come egemonia, La Nuova Italia.

6 Le differenze di analisi tra i due potrebbero essere riconducibile al tipo di società di provenienza: il capitalismo nella fase della “sussunzione formale” (Lenin) e nella fase della sussunzione reale” (Gramsci).

7 Un altro aspetto interessante di Gramsci nella descrizione della società è quando distingue la politica dalla società civile e queste dall'economia (ordinaria). Che insieme alle rispettive culture hanno velocità e tempi diversi; non essendoci un rapporto meccanico si innescano molte contraddizioni. [nei nostri tomi ne analizzeremo solo alcuni].

8 Immigrato clandestino sprovvisto di permesso di soggiorno

9 Le persone sono considerate uguali, identiche come il valore senza qualità del denaro, la persona nella sua massima astrazione-alienazione di se stessa.

10 Il marxismo in versione illuminista è anche la base del marxismo “debole”, quello ortodosso, di questo se ne parla in altro documento.

11 Non molto diverso dagli (ex) “comunisti” dell’Est che si consideravano i veri eredi legittimi dei valori dell'Illuminismo, che la borghesia avrebbe tradito. Entrambe le parti erano anche unite nella ideologia del progressismo e nello sviluppismo.